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Augusto

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Cesare Augusto
Imperatore romano
Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani
Nome originaleGaius Octavius (alla nascita)
Gaius Iulius Caesar Octavianus (dopo l'adozione)
Imperator Caesar Divi filius Augustus (dopo l'ascesa al potere imperiale)
Regno16 gennaio 27 a.C.
19 agosto 14 d.C.
Tribunicia potestas37 anni consecutivi,[1][2] dal 1º luglio 23 a.C.[3]
TitoliAugustus nel 27 a.C., Pontifex maximus (dopo la morte di Marco Emilio Lepido nel 13 a.C.),[4][5] Pater Patriae nel 2 a.C.[6] e praefectus moribus (nel 19 a.C. e rinnovatagli nel 12 a.C.[7])
Salutatio imperatoria21 volte:[2] la prima nel 40 a.C.,[8] poi nel 36 a.C. (2ª),[8][9] 33 a.C. (3ª[10]), 31 a.C. (4ª),[11] 30 a.C. (5ª[12]), 27 a.C. (6ª),[8] 26 a.C. (7ª),[8][13] 21 a.C. (8ª),[8] 19 a.C. (9ª[14] e 10ª[8]), 16 a.C. (11ª),[15] 10 a.C. (12ª),[16] 8 a.C. (13ª),[17] 7 a.C. (14ª),[18] 3 a.C. (15ª),[19] 2 (16ª),[20] 6 (17ª), 8 (18ª),[21] 9 (19ª),[21][22] 11 (20ª),[23] 13 (21ª).[24]
Nascita23 settembre 63 a.C.[25]
Roma (ad Capita Bubula)[25]
Morte19 agosto 14 (75 anni)
Nola
SepolturaMausoleo di Augusto
Predecessorecarica creata
(Repubblica romana)
SuccessoreTiberio
ConiugeClodia Pulcra[26] (43–40 a.C.)
Scribonia[26] (40–38 a.C.)
Livia Drusilla[26] (38 a.C.–14)
FigliGiulia maggiore[27]
Adottivi:
Lucio Cesare[28]
Gaio Cesare[28]
Marco Vipsanio Agrippa Postumo (poi ripudiato e mandato in esilio)[29]
Tiberio[29]
Marco Claudio Marcello
GensOttavia
Gens d'adozioneGiulia
DinastiaGiulio-claudia
PadreGaio Ottavio[30]
Gaio Giulio Cesare (adottivo)
MadreAzia maggiore[31]
Consolato13 volte:[2]
43 a.C. (il I, a soli vent'anni),[32]
33 a.C. (II),[32]
31 a.C. (III),[32]
30 a.C. (IV, inaugurato in Asia),[32]
29 a.C. (V, inaugurato a Samo),[32]
28 a.C. (VI),[32]
27 a.C. (VII),[32]
26 a.C. (VIII, inaugurato a Tarraco),[32]
25 a.C. (IX, inaugurato a Tarraco),[32]
24 a.C. (X),[32]
23 a.C. (XI),[32]
5 a.C. (XII),[32]
2 a.C. (XIII),[32]
Proconsolato40 a.C. - 33 a.C. in Spagna e Gallia
Princeps senatusdal 28 a.C. e associato con l'imperatore romano fino al dominato
Pontificato maxdal 13 a.C., dopo la morte di Marco Emilio Lepido

Cesare Augusto (in latino Caesar Augustus; Roma, 23 settembre 63 a.C.Nola, 19 agosto 14), nato con il nome di Gaio Ottavio (Gaius Octavius) con in seguito aggiunto l'agnomen Turino (Thurinus)[33] e conosciuto anche come Ottaviano e/o solo Augusto, è generalmente riconosciuto come il fondatore dell'Impero romano e primo imperatore di esso, per 41 anni, dal 27 a.C. al 14 d.C.

Insieme a Marco Antonio e Marco Emilio Lepido instaurò il secondo triumvirato, pubblico a differenza del primo tra Cesare, Crasso e Pompeo, ottenendo il proconsolato sulle province di Sicilia, Sardegna e Corsica, Africa Vetus e Africa Nova. Con il ritiro di Lepido e gli accordi di Brindisi del 40 a.C. Ottaviano divenne proconsole in tutte le province occidentali (Sicilia, Sardegna e Corsica, Spagna Citeriore, Spagna Ulteriore, Gallia Narbonense, Gallia Comata e Africa Nova) e in più ottenne in affidamento l'Italia.

Nel 27 a.C. egli rimise le cariche nelle mani del Senato; in cambio ebbe un imperio proconsolare che lo rese capo dell'esercito e il Senato romano, dietro suggerimento di Lucio Munazio Planco, gli conferì il titolo onorifico di Augustus il 16 gennaio 27 a.C.,[34] cioè "degno di venerazione e di onore". Il suo nome ufficiale fu da quel momento Imperator Caesar Divi filius Augustus (nelle epigrafi IMPERATOR·CAESAR·DIVI·FILIVS·AVGVSTVS).[35]

Augusto volle essere identificato come l'artefice del ripristino della Repubblica, dei Costumi degli Antenati (mores) e, soprattutto, come il portatore della Pax Romana, cioè quel clima di pace e di ordine che imponeva su tutto l'impero di Roma le stesse leggi, la stessa lingua e un'unica economia. Questa idea di Roma come trionfatrice universale venne creata attraverso un uso accorto delle immagini, l'abbellimento della città, la tutela degli intellettuali che celebravano il principato, la riqualificazione del Senato e dell'ordine degli equites. La storiografia contemporanea si è occupata dell'eredità storica di Augusto, che ha bisogno di essere ridefinita dopo le iperboli del ventennio fascista.[36]

Lo stesso Augusto ha voluto lasciare di sé un'immagine eroica nelle Res gestae, consapevolmente sostenne Virgilio in questa celebrazione nell'Eneide: durante la sua vita Augusto aveva evitato di attribuirsi appellativi divini, ma subito dopo la sua morte fu subito considerato figlio di Dio.[37] L'attributo "Augustus" indica un riconoscimento religioso e in seguito ebbe anche quello di "Princeps". Alcuni storici come Seneca il Vecchio, Lucio Anneo Seneca, Sallustio, Svetonio e Appiano indicano anche le proscrizioni, la conquista astuta del potere e la politica autocratica di Augusto. Augusto contribuì enormemente a fare di Roma la meraviglia dei secoli. Rimodellò l'Urbe lasciando la frase: "Ho trovato una città di mattoni, ne lascio una di marmo". In architettura Roma arrivò a uno splendore elevatissimo.

Dal punto di vista amministrativo, le riforme di Augusto furono importanti e durature. Attribuì le province non pacificate a legati imperiali scelti da lui stesso, lasciando le altre a proconsoli di rango senatorio; tutti però rispondevano all'imperatore. Augusto tenne per sé l'Egitto, sotto il governo di un suo prefetto. Riformò il sistema fiscale e monetario. Riorganizzò l'amministrazione della città di Roma, attribuendo ad alti funzionari statali la cura dell'urbanistica, la responsabilità dell'approvvigionamento alimentare e la gestione delle acque.

Nel 23 a.C. gli fu riconosciuta la tribunicia potestas (che mantenne poi a vita[1]) e l'Imperium proconsulare a vita;[38] mentre nel 12 a.C. divenne Pontefice massimo con la morte di Marco Emilio Lepido.[4][39] Restò al potere sino alla morte e il suo principato fu il più lungo della Roma imperiale.[40][41]

«Ottenne magistrature e onori prima del tempo [legale]: alcune furono create appositamente per lui o gli furono attribuite in modo perpetuo.»

L'età di Augusto ha rappresentato un momento di svolta nella storia di Roma e il definitivo passaggio dal periodo repubblicano al principato. La rivoluzione dal vecchio al nuovo sistema politico contrassegnò anche la sfera economica, militare, amministrativa, giuridica e culturale.

Augusto, nei decenni di principato, introdusse riforme d'importanza cruciale per i successivi tre secoli:[42]

Nel corso della sua vita, Augusto ebbe modo di cambiare più volte il suo nome. Si riportano di seguito i nomi utilizzati nelle varie fasi della sua vita:

  • Il nome alla nascita del futuro Augusto era Gaius Octavius,[49] omonimo del padre biologico Gaio Ottavio da Velletri. Svetonio gli attribuisce in origine il cognomen Thurinus, che tuttavia non sembra essere mai stato usato.[50] Cassio Dione cita Kaipias come altro, poco attestato, cognomen di Augusto.[51] Nel periodo compreso tra la nascita e l'adozione da parte di Cesare, gli storici si riferiscono a lui come "Ottavio" (o Ottaviano).
  • L'8 maggio 43 a.C., in seguito all'adozione testamentaria da parte di Cesare, il suo nome ufficiale divenne Gaius Iulius Caesar[49] o, in forma completa con la filiazione, Gaius Iulius C. f. Caesar (Gaio Giulio Cesare figlio di Gaio).[52] Il cognomen aggiuntivo, come era di prassi dopo un'adozione, era Octavianus, ma Augusto non l'ha mai utilizzato e i suoi contemporanei lo chiamavano in questo periodo Caesar, anche se altri, tra cui Cicerone, usarono chiamarlo Octavianus.[53] Anche la letteratura scientifica moderna usa per il periodo della sua ascesa (44 - 27 a.C.) prevalentemente il nome di Octavianus o Ottaviano, per differenziarlo sia da Gaio Giulio Cesare sia dal suo ruolo successivo di Augusto.
  • Nel gennaio del 42 a.C., dopo la deificazione ufficiale di Cesare, Augusto aggiunse al nome Divi Filius, diventando Gaius Iulius Caesar Divi Filius Imperator.[49][54][55]
  • Nel 40 o nel 38 a.C. sostituì il praenomen Gaius e il nomen Iulius con Imperator, diventando Imperator Caesar Divi Filius.[49][56] L'assunzione del titolo di Imperator come praenomen avvenne forse già nel 41 a.C. e comunque non dopo il 31 a.C.[56][57]
  • Il 16 gennaio 27 a.C., dopo la vittoria di Azio, assume il titolo onorifico di Augustus conferitogli dal Senato, cosicché il nome assunse la forma Imperator Caesar Divi filius Augustus.[56] Il nome di Augusto è usato dagli storici per riferirsi a lui nel periodo compreso tra il 27 a.C. e la sua morte. Il nome Augusto assieme a quello di Cesare divenne sin dall'inizio del principato con il suo successore Tiberio parte sostanziale della titolatura imperiale.[58] Al contrario Imperator non fu usato dai primi successori di Augusto come praenomen.
  • Al momento della morte, il nome e la sua titolatura erano: Imperator Caesar Divi filius Augustus, Pontifex Maximus, Co(n) s(ul) XIII, Imp(erator) XXI, Trib(unicia) pot(estate) XXXVII, P(ater) p(atriae)[49] (in italiano: "Imperatore Cesare, figlio del divo,[59] Augusto, Pontefice massimo,[4] 13 volte console, 21 volte imperatore,[60] 37 volte detentore della Tribunicia potestas, Padre della patria").
  • Dopo la sua consacrazione nel 14 il suo nome ufficiale divenne Divus Augustus Divi filius.[61]

Aspetto fisico

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Secondo quanto riportato da Gaio Svetonio Tranquillo nelle Vite dei Cesari, Augusto aveva occhi chiari e nitidi, denti piccoli e mal tenuti, capelli castano chiaro dorato leggermente ricci e tenuti corti, orecchie non troppo grandi e il naso dritto leggermente aquilino. Non era inoltre particolarmente alto, ma aveva comunque un corpo molto proporzionato.[62]

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
 
 
 
 
 
 
 
Gaio Ottavio  
 
 
 
 
 
 
 
Augusto  
Marco Azio Balbo  
 
 
Marco Azio Balbo  
Pompea Lucilia Sesto Pompeo  
 
Lucilia  
Azia maggiore  
Gaio Giulio Cesare Gaio Giulio Cesare  
 
 
Giulia minore  
Aurelia Cotta Lucio Aurelio Cotta  
 
Rutilia  
 

Augusto discendeva da parte paterna dalla gens Octavia, potente famiglia di Velitrae[63] (~40km a sud-est di Roma); secondo Svetonio suo nonno paterno visse nell'agio e forse, come sempre secondo Svetonio accusava Marco Antonio, fu un argentario;[64] il padre Gaio Ottavio, uomo d'affari, fu il primo della famiglia ad ottenere cariche pubbliche (di cui la più importante fu quella di governatore proconsolare della Macedonia all'incirca nel 60 A.C. dove fu probabilmente proclamato imperatore per le sue vittorie)[65] e perfino un posto in Senato,[N 1]era quindi un homo novus per definizione.[66]

Da parte materna invece, la madre Azia maggiore proveniva da una famiglia di rango senatorio da parecchie generazioni ed era imparentata sia con Cesare che con Gneo Pompeo Magno,[67] più precisamente, era figlia di Marco Azio Balbo e della sorella di Cesare Giulia minore, ciò rendeva quindi Ottaviano pronipote di Cesare.

Aveva inoltre una sorellastra e una sorella più grandi.

Giovinezza (63-44 a.C.)

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Busto di un giovane Ottaviano (Museo archeologico nazionale di Aquileia)
Il segno del Capricorno, suo ascendente

Nacque a Roma il 23 settembre 63 A.C. prima dell'alba, in quella parte del Palatino denominata ad Capita Bubula («alle teste di bue»);[N 2] ma oltre a questo sono poche le informazioni sulla sua gioventù.

Circa a quattro anni perse il padre (nel 59 a.C.), e secondo Svetonio, il collega del padre durante il suo mandato di edile Gaio Toranio gli fece da tutore.{efn|Toranio finirà poi proscritto da Ottaviano}[1] Durante l'infanzia fu educato in Latino, Greco e aritmetica da Sfero di Boristene, continuó poi lo studio del Greco da Apollodoro di Pergamo, Latino e retorica da Epidius, e filosofia da Ario Didimo e Atenodoro Cananita.

A dodici anni circa (nel 51 a.C.) pronunciò l'orazione funebre (laudatio funebris) per sua nonna Giulia.[68] [N 3] Quattro anni dopo all'età di sedici anni indossò la toga virile,[69] lo stesso anno fu eletto come un pontefice, e nonostante non fosse presente alla guerra(forse per le lamentele della madre data la sua salute cagionevole, o forse per la giovane età), venne comunque fatto sfilare in trionfo dal prozio Gaio Giulio Cesare vicino al proprio carro ed ottenne alcune ricompense militari in Africa. Quando poi lo zio partì per la Spagna per combattere contro i figli di Pompeo, lo seguì, sebbene ancora convalescente da una malattia, a seguito di un naufragio e dopo aver percorso strade infestate da nemici raggiunse Cesare con una scorta ridotta; l'impresa lo fece notare dallo zio. Dopo aver portato a termine anche la guerra in Spagna, Cesare, che progettava una campagna militare prima contro i Daci e poi contro i Parti, lo inviò ad Apollonia, dove poté dedicarsi allo studio.[68][N 4] E di ritorno dalla Spagna, Cesare consegnó alle Vestali le sue nuove volontà, nelle quali compariva Augusto. Inoltre nel 46 A.C. fu messo in carica dei giochi per l'inaugurazione del Tempio di Venere Genitrice.

Ascesa al potere (44-31 a.C.)

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Gli scenari e la divisione territoriale dei triumviri durante la guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio (44-31 a.C.)

Nel 44 a.C. Augusto si trovava ad Apollonia in Illiria, quando a febbraio Cesare fu nominato Dictator Perpetuo(unicum nella storia romana), e poi assassinato durante le idi di marzo (ovvero il 15 marzo). Dopo essere stato informato della morte del prozio e dell'inaspettata nomina quale suo erede, chiese consiglio agli ufficiali di Cesare in Macedonia,[N 5] giungendo, alla decisione di tornare a Roma per reclamare la sua eredità.

Svetonio sintetizzò il periodo delle guerre civili che ne seguì come segue:

«Augusto combatté cinque guerre civili: a Modena, a Filippi, a Perugia, in Sicilia e ad Azio. La prima e l'ultima contro Marco Antonio, la seconda contro Bruto e Cassio, la terza contro Lucio Antonio, fratello del triumviro, la quarta contro Sesto Pompeo, figlio di Gneo

I primi passi (44-43 a.C.)

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Erede di Cesare

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Lo stesso argomento in dettaglio: Cesaricidio.
Busto di Cesare, prozio di Ottaviano, che fece suo erede

Sbarcato a Brindisi, dove ricevette il benvenuto dalle legioni di Cesare lì acquartierate in attesa della spedizione in Oriente, ottenne una copia del testamento che lo proclamava erede principale di Cesare, e gli conferiva la proprietà di tre quarti delle sue ricchezze; il restante quarto spettava a Lucio Pinario e Quinto Pedio, anch'essi nominati eredi; solo Ottaviano però aveva diritto di portare il nome del defunto,[N 6] in quanto adottato tramite testamento;[N 7] Cesare lasciava inoltre agli abitanti di Roma, trecento sesterzi ciascuno oltre ai suoi giardini lungo le rive del Tevere (Horti Caesaris).[71] Ottaviano accettò l' eredità al cospetto del pretore urbano (maggio del 44 A.C.), nonostante le esitazioni di sua madre e l'opposizione del patrigno (Lucio Marcio Filippo) che lo esortava ad una vita di tranquillità,[68] divenendo così Gaio Giulio Cesare (sebbene alcuni dei suoi contemporanei, forse come velato insulto, usassero anche il termine Ottaviano che, pur essendo da prassi nei casi di adozione, egli non usó mai come neanche molti dei suoi contemporanei).

Quindi si impossessò di circa 700 milioni di sesterzi di denaro pubblico destinati alla guerra contro i Parti che erano depositati a Brindisi[N 8] e, piú tardi, anche del tributo annuale della provincia d'Asia senza aver ricevuto il permesso ufficiale; fondi che utilizzò per acquisire ulteriore favore tra i soldati e tra i veterani di Cesare in Italia, specialmente quelli stanziati in Campania.

Giunto a Roma dopo che i cesaricidi avevano già da più di un mese lasciato la città a causa dei tafferugli che seguirono il funerale di Cesare e l'orazione funebre pronunciata dal console superstite Marco Antonio, e grazie a un'amnistia concessa da questi in cambio del riconoscimento degli atti legali promulgati da Cesare;[73] si affrettò a rivendicare il nome adottivo del prozio, dichiarando pubblicamente di accettarne l'eredità e chiedendo pertanto di entrare in possesso dei beni familiari. Antonio, che in qualità di console e capo della fazione cesariana deteneva in quel momento il controllo del patrimonio, procrastinò però il versamento adducendo la necessità di attendere che una lex curiatae del Senato ratificasse il testamento del defunto,[N 9] mettendo Ottaviano in difficoltà riguardo i soldi promessi al popolo romano;[75] egli decise allora, impegnando i propri beni, di anticipare ai Romani le somme citate nel testamento e di eseguire i giochi per la vittoria di Farsalo,[N 10] ottenendo così il favore di buonaparte del popolo e allontanandolo da Antonio che passava da ostruzionista della manovra.

Il Senato, incitato da membri come Marco Tullio Cicerone che in quel momento vedeva Ottaviano come un principiante pronto ad essere manovrato dall'aristocrazia senatoria, data la sua giovane età (come anche Antonio che lo riteneva un ragazzo "di tutto debitore al nome" del padre),[77] e che apprezzava l'indebolimento della posizione di Antonio, approvò la ratifica del testamento,[senza fonte] riconoscendo a Ottaviano lo stato di erede legittimo di Giulio Cesare. Con il patrimonio di Cesare ora a sua disposizione, Ottaviano poté perciò assemblare entro giugno, un'armata di 3000 uomini, a ciascuno dei quali pagava un bonus di 500 denari, l'equivalente per loro di due anni di paga.[78]

Primo conflitto con Antonio (43 a.C.)

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Busto di Marco Tullio Cicerone (Musei Capitolini, Roma), autore delle Filippiche, orazioni pronunciate dallo stesso contro Marco Antonio nel 44/43 a.C.

Il rapporto con Marco Antonio andava però deteriorandosi, finché un giorno, durante un udienza per il riutilizzo di proprietà confiscate da Cesare nel 49, Antonio fece trascinare via Ottaviano dai littori. Il giovane Cesare affermò di essere stato minacciato in quell'episodio e che la causa fossero le elargizioni fatte a beneficio del popolo; i veterani a questo punto convinsero Antonio a riconcigliarsi pubblicamente con il rivale nel Tempio di Giove Ottimo Massimo.[79]

Il 1 giugno 44 A.C.[80] Antonio ottenne, tramite la promulgazione di una legge speciale per ignorare le leggi vigenti in materia (lex de permutatione provinciarum), l'assegnazione, al termine del suo anno consolare, della Gallia cisalpina già affidata al propretore Decimo Bruto,[81] guadagnando così il controllo delle legioni della provincia, da aggiungere a quelle della provincia di Macedonia che era stata assegnata a suo fratello Lucio Antonio, ma alienando allo stesso tempo le ali moderate del Senato che mal vedevano questa ennesima guerra civile;[82] in quest'occasione Cicerone scriveva ad Attico manifestando certezza sulla fedeltà di Ottaviano alla causa repubblicana, sicuro della possibilità di sfruttare le potenzialità di quel giovane rampollo per eliminare Antonio,[83] uscito indenne (con grave dispiacere dell'oratore) dalle Idi.[84] Tacito commenterà che in quell'occasione l'erede di Cesare simulò soltanto la fedeltà al partito neo-pompeiano comandato in quel momento da Cicerone, con l'idea - come si vedrà in seguito - di trarre profitto dalla situazione.[85]

Poiché i magistrati incaricati non stavano celebrando i Ludi per la vittoria del prozio Cesare, Ottaviano si occupò personalmente di organizzarli (dal 5 al 19 settembre 44 a.C.).[86] In seguito, per essere più sicuro di riuscire a portare a termine progetti del genere, si presentò come candidato per sostituire un tribuno della plebe, che era appena deceduto,[86] nonostante fosse patrizio[senza fonte] e non fosse senatore;[N 11] La sua candidatura incontrò però l'opposizione di Marco Antonio, sul cui appoggio il giovane Ottaviano contava, ma che evidentemente aspirava a ottenere una grossa ricompensa.[86] Questa ennesima incomprensione con Antonio lo indusse a passare dalla parte degli ottimati,[86] e ad inviare messi nelle città italiane per capire di quali aveva il consenso, e quali delle legioni di Antonio avrebbero potuto tradirlo. Perdipiù Cicerone, iniziando a settembre, si scagliò per mesi in una serie di discorsi contro Marco antonio, le famose Filippiche, additandolo cone un pericolo per la repubblica.

Antonio, in questo clima di ostilità, decise ad ottobre di riprendere il controllo della situazione richiamando in Italia le legioni stanziate in Macedonia; e per rispondere a quella minaccia, Ottaviano a novembre richiamò a Roma la sua armata privata, riuscendo anche a comprare due delle legioni macedoni di Antonio appena sbarcate, la IV e la Martia;[87] sebbene, una volta capito che il conflitto in cui si trovavano era interno alla fazione cesariana, invece di essere diretto ai cesaricidi,[88] alcuni veterani ne uscirono, e l'armata seguitò a lasciare la città.[89]

Fallito, data l'opposizione del Senato, il tentativo di far dichiarare Ottaviano hostis publicus per aver reclutato un esercito senza averne l'autorità,[senza fonte] il console decise allora di accelerare i tempi dell'occupazione della Cisalpina, in modo da garantirsi una posizione di forza per l'anno successivo; quindi, ricevuto il rifiuto da parte di Decimo Bruto alla cessione della provincia, Antonio col consenso del Senato, poté marciare su Modena dove strinse d'assedio Bruto.[86] Intanto Ottaviano, su consiglio di alcuni ottimati, provò ad assoldare alcuni sicari perché uccidessero Antonio, ma scoperto il suo tentativo, credendosi a sua volta in pericolo, arruolò una buona parte dei veterani di Cesare, facendo loro grandi largizioni.[86]

Il 1º gennaio 43 a.C., giorno in cui il proconsolato di Marco Antonio in Gallia Cisalpina sarebbe legalmente iniziato (nonché giorno dell'insediamento dei nuovi consoli Pansa e Irzio), il Senato decretò l'abrogazione della legge che assegnava ad Antonio la Gallia Cisalpina e gli ordinò di cessare immediatamente gli attacchi a Decimo Bruto (ora nuovamente un legittimo propretore) in quanto, cancellata la legge ad hoc di Antonio, tale assedio era adesso illegale; ottenendo però un netto rifiuto dal proconsole;[senza fonte] allo stesso tempo, secondo le richieste di Cicerone, Ottaviano entrò nei ranghi del Senato come se avesse in precedenza ricoperto il ruolo di Pretore (sebbene ciò non fosse mai accaduto), perciò egli ottenne di poter votare a fianco degli altri ex-consoli, di potersi candidare alle elezioni nonostante la troppo giovane età, e pergiunta ottenne l'imperium pro praetore (assunse i fasci il 7 gennaio,[90] data che celebrerà come l'inizio della sua carriera pubblica);[91] così, quando i consoli vennero incaricati di marciare contro Antonio, che a seguito del rifiuto agli ordini del Senato era stato dichiarato nemico dello stato, poté anch'egli essere formalmente inviato con il comando sul suo esercito privato ora legalizzato.[86][92]

La guerra di Modena
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Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra di Modena.

Il 14 aprile Antonio venne sconfitto nella battaglia di Forum Gallorum ed il 21 aprile nella battaglia di Modena; Ottaviano prese parte personalmente ai combattimenti del 21 aprile all'interno del campo di Antonio e questa vittoria gli guadagnò la sua prima acclamazione di imperator.[90]

«Durante il primo scontro, se dobbiamo credere a quanto scrive Antonio, Ottaviano si diede alla fuga e ricomparve due giorni dopo, senza il suo mantello di comandante ed il cavallo; ma nella seconda sappiamo che fece il suo dovere non solo come generale, ma anche come soldato: vedendo, nel mezzo della battaglia, che l'aquilifer della sua legione era ormai ferito gravemente, prese con sé l'aquila sulle spalle e la tenne con sé per il tempo necessario.»

Nelle battaglie rimasero uccisi i due consoli Irzio e Pansa ed al tempo aleggiò la voce che fosse stato Ottaviano, una volta sicuro della superiorità della propria parte, a farli uccidere così da poter rimanere unico padrone degli eserciti vincitori.[93] La morte di Pansa sembrò talmente sospetta che Glicone, il suo medico, fu messo in prigione con l'accusa di aver lavato la ferita con il veleno,[93] tanto è vero che una lettera inviata a Cicerone e scritta da Servio Sulpicio Galba, testimone oculare della battaglia, tace su eventuali ferite a danno del console,[94] e sempre da Cicerone apprendiamo che, al termine della battaglia di Forum Gallorum, Pansa si ritirò al campo ferito, ma ancora in vita;[95] per quanto riguarda poi l'altro console, Irzio, Aquilio Nigro sostenne che nella confusione della battaglia fu ucciso dallo stesso Augusto,[93] sebbene nel resoconto appiano, egli risulta invece morire durante l'assalto al campo di Antonio,[96][N 12] La tesi del complotto di Ottaviano sembra essere sostenuta anche da Tacito, che scrive:

«… tolti di mezzo Irzio e Pansa (furono uccisi dai nemici? Oppure a Pansa sparsero del veleno sulla ferita e Irzio venne ucciso dai suoi soldati e per macchinazione dello stesso Augusto?), si era impadronito delle loro truppe»

Cambio di schieramento

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Data la morte dei consoli il Senato attribuì la maggior parte delle ricompense per la vittoria a Decimo bruto, che aveva effettivamente fatto la sua parte dall'interno dell'assediamento; e tentò perfino di assegnargli le legioni consolari.[97] Ottaviano rispose rifiutandosi di inseguire Antonio, e quando venne poi a sapere che questi era stato accolto dall' ex-Magister equitum Marco Emilio Lepido e che anche altri comandanti insieme ai loro eserciti si stavano avvicinando al partito a lui avverso, abbandonò la causa degli ottimati, dichiarando come motivo "gli insulti che taluni gli riservavano di 'essere un fanciullo', e la mancanza di rispetto verso i veterani";[98] per mostrare più chiaramente il suo cambio d'intenti, impose un pesante tributo agli abitanti di Norcia e visto che non riuscirono a pagarlo, li bandì dalla città, e ciò perché i nursini avevano eretto un monumento ai Modenesi caduti con la scritta morti per la libertà.[98]

A luglio un'ambasciata di centurioni mandata da Ottaviano entrò a Roma richiedendo: la posizione adesso vacante di console per il loro comandante,[99] il co-consolato per Cicerone[99] e l'annullamento del decreto che rendeva Antonio nemico pubblico;[97] quando questo gli fù rifiutatio, Ottaviano marciò su Roma con l'esercito e non incontrando resistenza militare, il 9 agosto del 43 A.C. malgrado la giovane età (aveva soli vent'anni), si fece eleggere console suffectus assieme a Quinto Pedio, suo parente.[32][100]

«A vent'anni prese il consolato, facendo avanzare minacciosamente le sue legioni verso Roma (urbem) e inviando quei [soldati] che chiedessero per lui a nome dell'esercito; quando il Senato sembrò esitante, il centurione Cornelio, capo della delegazione, gettando indietro il suo mantello e mostrando l'impugnatura del suo gladio, non esitò a dire nella Curia: "Se non lo farete [console] voi, questa [spada] lo farà".»

Ottenne così compensi per i suoi legionari e fece approvare dal Senato la lex Pedia contro i cesaricidi, secondo la quale fu instituito un tribunale eccezzionale con Ottaviano come presidente che in un solo giorno processò in absentia, condannò, esiliò e confiscò i beni a tutti gli assassini di Cesare, oltre che ai loro favoreggiatori o presunti tali;[101][N 13][N 14] e data la sua condanna, i consoli poterono rifiutarsi di portare ulteriore soccorso a Decimo Bruto, che, in fuga, venne infine ucciso nella Cisalpina da un capo gallo fedele ad Antonio. Inoltre, fece confermare la propria adozione tramite una lex curiata[103] e mentre era in marcia verso nord per incontrarsi con Antonio, Pedio fece revocare la legge che stabiliva lui e Lepido come nemici della repubblica.[104]

Il secondo triumvirato (43-33 a.C.)

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Lo stesso argomento in dettaglio: Secondo triumvirato.

Dalla sua nuova posizione di forza, Ottaviano prese contatti con il principale sostenitore di Antonio, il pontefice massimo Marco Emilio Lepido, già magister equitum di Cesare, con l'intenzione di ricomporre i dissidi interni alla fazione cesariana. Con gli auspici di Lepido, ottenne dunque che fosse organizzato un incontro a tre con Antonio nei pressi di Bononia.

Da quel colloquio privato nacque un accordo a tre, tra lui, Antonio e Lepido[105] della durata di cinque anni. Si trattava del secondo triumvirato, riconosciuto legalmente dal Senato il 27 novembre di quello stesso anno con la Lex Titia,[106] in cui veniva creata la speciale magistratura dei Triumviri rei publicae constituendae consulari potestate, ovvero "triumviri per la costituzione dello stato con potere consolare". Fra i molti poteri che la nuova carica garantiva ai triumviri vi erano quelli del console e il diritto di nominare magistrati, inoltre gli permisero di dividersi il comando su alcuni territori romani: Ottaviano ottenne la Siria, la Sardegna e l'Africa proconsolaris.

Per consolidare la propria posizione (o secondo Svetonio, spinto dai soldati)[26] Ottaviano rifiutò di sposare (o divorziò da) Servilia, figlia di Publio Servilio, a cui era promesso, sposando invece Clodia Pulcra figliastra di Antonio appena in età da matrimonio;[107] dopo un litigio con la suocera però, annullò il matrimonio senza consumarlo.[26] Inoltre, abbandonò il consolato in favore di Publio Ventidio Basso, alleato di Antonio.[108]

Le liste di proscrizione

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I triunviri redassero delle liste di proscrizione contro gli oppositori di Cesare, che portarono alla confisca dei beni e all'uccisione di un gran numero di senatori e cavalieri, tra cui lo stesso Cicerone che pagò le Filippiche rivolte contro Antonio, e Ottaviano pur essendo stato protetto e incoraggiato dal grande intellettuale latino, non fece nulla per salvargli la vita.[senza fonte] A Roma e in Italia si scatenò quindi una caccia all'uomo senza precedenti e in molti casi più feroce e indiscriminata di quella operata dopo la vittoria di Silla su Gaio Mario: morirono a causa di queste persecuzioni fino a 300 senatori e 2000 cavalieri; secondo Appiano, 147 furono inizialmente proscritti, ed altri 150 vennero aggiunti solo in seguito, alcuni dei quali, uccisi nella confusione e poi aggiunti per renderne la morte giusta.[N 15]

Altra barbarie decisa dai triumviri fu l'uso di appendere ai rostri del foro le teste dei proscritti uccisi (ottenute grazie ad una ricompensa proporzionale per chi le portava: 25 000 denari agli uomini liberi, 10 000 agli schiavi con l'aggiunta della manomissione e della cittadinanza).

Svetonio racconta di Ottaviano:

«Per dieci anni fece parte del triumvirato, creato per dare un nuovo ordine alla Repubblica: come suo membro cercò inizialmente di impedire che si iniziassero le proscrizioni, ma quando esse cominciarono si mostrò più spietato degli altri due. […] lui solo si batté in modo ostinato affinché non venisse risparmiato nessuno, arrivando a proscrivere anche C. Toranio, suo tutore, che era stato, inoltre, collega di suo padre come edile. […] più tardi si pentì di questa sua ostinazione e promosse al rango di cavaliere T. Vinio Filopomeno, che sembra avesse nascosto il suo padrone mentre era proscritto.»

Si preparò nel contempo la guerra contro Bruto e Cassio e i cesaricidi.

La battaglia di Filippi (42 a.C.)

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Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Filippi.
«Mandai in esilio quelli che trucidarono mio padre punendo

il loro delitto con procedimenti legali; e muovendo poi essi guerra alla repubblica li vinsi due volte in battaglia.»

Aureo raffigurante Antonio e Ottaviano

Nell'ottobre del 42 a.C. Antonio e Ottaviano, lasciato Lepido al governo della capitale, si scontrarono con i cesaricidi Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino e li sconfissero in due scontri a Filippi, nella Macedonia orientale.[105] I due anticesariani trovarono la morte suicidandosi.[111] La battaglia fu vinta soprattutto per merito di Antonio e la parte di Ottaviano non fu certo gloriosa visto che Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis historia, afferma che "alla battaglia di Filippi [Ottaviano] cadde malato, fuggì e si nascose per tre giorni in una palude" o come riferisce Svetonio "il suo campo venne preso dal nemico e riuscì a scappare a stento, rifugiandosi dalla parte dove si trovava l'esercito di Antonio".[105] La versione ufficiale fu che Ottaviano era stato esortato a fuggire in un sogno avuto dal suo medico.[112]

«Non fu certo moderato dopo la vittoria. Al contrario inviò a Roma la testa di Bruto affinché fosse gettata ai piedi della statua di Cesare; si accanì contro tutti i prigionieri nobili, riempiendoli di insulti; […] due prigionieri, padre e figlio, chiedevano la grazia di essere lasciati in vita, ma egli dispose che tirassero a sorte o giocassero alla morra per sapere chi dei due si sarebbe salvato. Poi assistette mentre morivano, poiché il padre, che si era offerto, venne sgozzato dallo stesso Ottaviano, mentre il figlio si suicidò. Ciò indusse tutti gli altri prigionieri […] quando vennero condotti al supplizio in catene, a salutare rispettosamente Antonio con il titolo di generale, non invece Ottaviano che ricoprirono dei più mostruosi insulti.»

Ottaviano, Antonio e Lepido trovandosi padroni, ora, dei territori orientali procedettero a una nuova spartizione delle province: a Lepido furono lasciate la Numidia e l'Africa proconsolaris, ad Antonio, la Gallia, la Transpadania e l'Oriente romano, a Ottaviano spettarono l'Italia, la Sicilia, l'Iberia, e la Sardegna e Corsica.

Primi contrasti (41-39 a.C.)

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Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra di Perugia.
Mappa ricostruttiva della guerra di Perugia

Successivamente nacquero i primi contrasti: Lucio Antonio, fratello di Antonio, nel 41 a.C. si ribellò a Ottaviano poiché pretendeva che anche ai veterani del fratello fossero distribuite terre in Italia (oltre ai 170 000 veterani di Ottaviano), ma fu sconfitto a Perugia nel 40 a.C. Svetonio racconta che durante l'assedio di Perugia, mentre stava facendo un sacrificio non molto distante dalle mura cittadine, Ottaviano per poco non fu ucciso da un gruppo di gladiatori che avevano compiuto una sortita dalla città.[113] Non si può provare che Antonio fosse a conoscenza delle azioni del fratello ma, dopo la sconfitta di quest'ultimo,[113] tanto Antonio come Ottaviano decisero di non dare troppo peso all'accaduto (Lucio Antonio fu risparmiato e perfino inviato in Spagna come governatore).[67] Contemporaneamente a questi fatti, il legato di Antonio in Gallia, un certo Quinto Fufio Caleno, morì e le sue legioni passarono dalla parte di Ottaviano, che poté appropriarsi di nuove province del rivale. Svetonio aggiunge:

«Dopo l'occupazione di Perugia, [Ottaviano] prese provvedimenti contro un gran numero di prigionieri e a chi chiedeva la grazia e di essere perdonato, rispose: «Si deve morire.» Altri dicono che, tra quelli che si erano arresi, ne scelse trecento tra i due ordini [senatorio ed equestre] e li mandò a morte per le idi di marzo, di fronte ad un altare posto in onore del divo Giulio. Altri ancora raccontano che Ottaviano prese le armi in accordo con Antonio, per smascherare gli avversari che si nascondevano, […] Dopo averli sconfitti, confiscò i loro beni per poter mantenere le promesse di donativa fatte ai veterani

Ottaviano a questo punto sposò Scribonia, parente di Sesto Pompeo: da questa donna, Ottaviano ebbe la sua unica figlia, Giulia.[27][67] In realtà, però, né l'intesa, né il matrimonio durarono a lungo. Nell'estate del 40 a.C. Ottaviano e Antonio vennero ad aperte ostilità: Antonio cercò di sbarcare a Brindisi con l'aiuto di Sesto Pompeo, ma la città gli chiuse le porte. I soldati di ambedue le fazioni si rifiutarono di combattere e i triumviri, pertanto, misero da parte le discordie. Con il trattato di Brindisi (settembre del 40 a.C.) si venne a una nuova divisione delle province: ad Antonio restò l'Oriente romano da Scutari, compresa la Macedonia e l'Acaia; a Ottaviano l'Occidente compreso l'Illirico; a Lepido, ormai fuori dai giochi di potere, l'Africa e la Numidia; a Sesto Pompeo fu confermata la Sicilia per metterlo a tacere, affinché non arrecasse problemi in Occidente.[67] Il patto fu sancito con il matrimonio tra Antonio, la cui moglie Fulvia era morta da poco, e la sorella di Ottaviano, Ottavia minore. Dopo la pace di Brindisi, Ottaviano ruppe inoltre l'alleanza con Sesto Pompeo, ripudiò Scribonia, e sposò Livia Drusilla, madre di Tiberio e in attesa di un secondo figlio.

Nel 39 a.C., a Miseno, Ottaviano attribuì a Sesto Pompeo la provincia di Sardegna e Corsica, fondando dunque la città di Turris Libisonis, porto granario di Roma e promettendogli l'Acaia, ottenendo in cambio la ripresa dei rifornimenti a Roma (Pompeo con la sua flotta bloccava le navi provenienti dal Mediterraneo). Sesto Pompeo, però, stava diventando un alleato scomodo e Ottaviano decise di disfarsene di lì a poco. Si arrivò così a una prima serie di scontri non particolarmente felici per Ottaviano: la flotta preparata per invadere la Sicilia fu infatti distrutta sia da Sesto sia da un violento fortunale.[67]

Rinnovo e fine del triumvirato (38-33 a.C.)

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La campagna militare in Sicilia contro le forze di Sesto Pompeo

Nel 38 a.C. Ottaviano si risolse a incontrarsi a Brundisium con Antonio e Lepido per rinnovare il patto di alleanza per altri cinque anni. Nel 36 a.C., però, grazie all'amico e generale Marco Vipsanio Agrippa, Ottaviano riuscì a porre fine alla guerra con Sesto Pompeo. Quest'ultimo, grazie anche ad alcuni rinforzi inviati da Antonio, fu infatti sconfitto definitivamente presso Nauloco.[5]

«La guerra di Sicilia fu una delle prime che [Ottaviano] cominciò, ma venne trascinata per lungo tempo, poiché fu interrotta più volte, sia per ricostituire le sue flotte che erano state distrutte dalle tempeste in due circostanze, nel bel mezzo dell'estate; sia perché, essendo stati interrotti i rifornimenti di grano alla città di Roma fu costretto a chiedere la pace, su insistenza del popolo, visto che la fame andava aggravandosi.»

Ancora Svetonio racconta di altri episodi curiosi di questa guerra contro Pompeo, che vide Ottaviano:

«al momento di combattere, fu preso da un colpo di sonno così profondo che i suoi amici faticarono molto per svegliarlo, affinché desse il segnale d'attacco. Per questo motivo Antonio, lo credo io [Svetonio], aveva tutte le sue buone ragioni per rimproverarlo, sostenendo che egli non avesse avuto neppure il coraggio di osservare una flotta schierata a battaglia, al contrario di essere rimasto sdraiato sul dorso con gli occhi rivolti al cielo, terrorizzato, rimanendo in quella posizione, senza presentarsi ai soldati, fino a quando Agrippa non mise in fuga la flotta nemica. […] Dopo aver fatto passare in Sicilia un'armata, tornò in Italia a prendere le restanti truppe, ma fu assalito all'improvviso da Democaro e Apollofane, luogotenenti di Pompeo; fu un miracolo se riuscì a salvarsi, fuggendo su una sola imbarcazione. Un'altra volta, quando si trovava a piedi nei pressi di Locri, in direzione di Reggio, vide da lontano le navi di Pompeo lungo la costa. Convinto che fossero le sue, si diresse in spiaggia e per poco non venne fatto prigioniero. E proprio in questa circostanza, mentre fuggiva per sentieri impraticabili in compagnia di Paolo Emilio, uno schiavo di quest'ultimo, poiché lo odiava in quanto in passato [Ottaviano] aveva proscritto il padre del suo padrone, provando a vendicarsi, tentò di ucciderlo.»

La Sicilia cadde e Sesto Pompeo fuggì in Oriente, dove poco dopo fu assassinato dai sicari di Antonio.[67]

A quel punto, però, Ottaviano dovette far fronte alle ambizioni di Lepido, il quale riteneva che la Sicilia dovesse toccare a lui e, rompendo il patto di alleanza, mosse per impossessarsene con venti legioni. Sconfitto però rapidamente, dopo che i suoi soldati lo abbandonarono passando dalla parte di Ottaviano, Lepido fu infine confinato al Circeo, pur conservando la carica pubblica di pontifex maximus.[5]

Dopo l'eliminazione graduale di tutti i contendenti nell'arco di sei anni, da Bruto e Cassio, a Sesto Pompeo e Lepido, la situazione rimase nelle sole mani di Ottaviano, in Occidente, e Antonio, in Oriente, portando un inevitabile aumento dei contrasti tra i due triumviri, ciascuno troppo ingombrante per l'altro, tanto più che i successi ottenuti nelle campagne militari di Ottaviano in Illirico (35-33 a.C.) e contro Lepido non erano stati compensati da Antonio in Oriente contro i Parti, limitandosi alla sola acquisizione in dote dell'Armenia. Ottenne un nuovo consolato, il secondo, nove anni dopo il primo (nel 33 a.C.) e un terzo, un anno dopo il secondo (nel 31 a.C.).[32] Alla sua scadenza, nel 33 a.C., il triumvirato non venne rinnovato (durò infatti dieci anni[1]). Ottaviano e Antonio inoltre non erano più legati da vincoli di sangue, visto che il primo aveva divorziato da Scribonia (parente di Antonio) nel 39 a.C. e il secondo aveva ripudiato Ottavia (sorella di Ottaviano) per congiungersi con Cleopatra.

Guerra con Antonio e la vittoria di Azio (33-31 a.C.)

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Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Azio.
Mappa della battaglia di Azio

Il conflitto era ora inevitabile. Mancava solo il casus belli, che Ottaviano trovò nel testamento di Antonio, in cui risultavano le sue decisioni di lasciare i territori orientali di Roma a Cleopatra VII d'Egitto e ai suoi figli, compreso Cesarione, figlio di Gaio Giulio Cesare.[114] Svetonio ricorda infatti che nel 32 a.C.:

«La sua alleanza con Antonio era sempre stata dubbia e poco stabile, mentre le loro continue riconciliazioni altro non erano che momentanei accomodamenti; alla fine si giunse alla rottura definitiva e per meglio dimostrare che Antonio non era più degno di essere un cittadino romano, aprì il suo testamento, da Antonio lasciato a Roma, e lo lesse davanti all'assemblea, dove designava come suoi eredi anche i figli che aveva avuto da Cleopatra

Ancora Svetonio aggiunge che Antonio scriveva ad Augusto in modo confidenziale, quando non era ancora scoppiata la guerra civile tra loro:

«Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò [la nostra storia d'amore]? E tu ti accoppi solo con Drusilla? E così starai bene se quando leggerai questa lettera, non ti sarai accoppiato con Tertullia, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte. Giova forse dove e con chi ti accoppi?»

In seguito quando fece dichiarare nemico pubblico Antonio, gli rimandò i suoi parenti e i suoi amici, tra cui i consoli Gaio Sosio e Domizio Enobarbo.[114] Poi il Senato di Roma dichiarò guerra a Cleopatra, ultima regina tolemaica di Egitto, sul finire del 32 a.C. Antonio e Cleopatra furono sconfitti nella battaglia di Azio, del 2 settembre 31 a.C. e si suicidarono entrambi, l'anno successivo in Egitto.[114][115]

Da Ottaviano ad Augusto (30-23 a.C.)

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Lo stesso argomento in dettaglio: Principato (storia romana).
La cosiddetta Gemma augustea, la cui complicata iconografia è una celebrazione delle gesta di Augusto

Dopo Azio, Ottaviano non solo ordinò di uccidere il figlio di Cleopatra, Cesarione (la cui paternità veniva attribuita dalla regina a Cesare),[114] ma decise di annettere l'Egitto (30 a.C.), compiendo l'unificazione dell'intero bacino del Mediterraneo sotto Roma, e facendo di questa nuova acquisizione la prima provincia imperiale, governata da un proprio rappresentante, il prefetto d'Alessandria ed Egitto.[116] L'imperium di Ottaviano su questa provincia venne probabilmente sancito da una legge comiziale già nel 29 a.C., due anni prima della messa in opera del nuovo assetto provinciale. Svetonio racconta che in questa circostanza, quando si trovava ancora ad Alessandria, Ottaviano:

«[…] si fece mostrare il sarcofago e il corpo di Alessandro Magno, prelevato dalla sua tomba: gli rese omaggio mettendogli sul capo una corona d'oro intrecciata con fiori. E quando gli chiesero se voleva visitare anche la tomba di Tolomeo, rispose che voleva vedere un re, non dei morti.»

Per la storiografia moderna più datata, la nuova forma di governo provinciale riservata all'Egitto ebbe origine dal tentativo di compensare la popolazione indigena della perdita del loro monarca-dio (il faraone), con la nuova figura del Princeps;[117] in realtà, la scelta di Ottaviano di porre a capo della nuova provincia un prefetto plenipotenziario (figura che derivava direttamente dal prefetto della città tardo-repubblicana), il cosiddetto praefectus Alexandreae et Aegypti, titolo ufficiale attribuito al neo-governatore collegato alla soppressione della Bulè di Alessandria, fu dettata dal contesto in cui avvenne la conquista del paese: la guerra civile, ragioni di ordine strategico-militare nella lotta fra le due factiones tardo-repubblicane pro-occidente o pro-oriente, l'importanza del grano egiziano[116] per l'annona di Roma e, non da ultimo, il tesoro tolemaico. L'aver, infatti, potuto mettere le mani sulle risorse finanziarie dei Tolomei consentì a Ottaviano di pagare molti debiti di guerra, nonché decine di migliaia di soldati che in tanti anni di campagne lo avevano servito, disponendone l'insediamento in numerose colonie,[43] sparse in tutto il mondo romano.[118] Svetonio aggiunge che Ottaviano:

«[…] per meglio ricordare la vittoria di Azio, fondò nelle vicinanze la città di Nicopoli, dove vennero istituiti dei giochi quinquennali; fece ingrandire l'antico tempio di Apollo e consacrò a Nettuno e a Marte dove aveva posto gli accampamenti, adornandoli con le spoglie navali.»
Aureo coniato nel 27 a.C., negli anni del consolidamento del potere di Ottaviano

Ottaviano era divenuto, di fatto, il padrone assoluto dello Stato romano, anche se formalmente Roma era ancora una repubblica e Ottaviano stesso non era ancora stato investito di alcun potere ufficiale, dato che la sua potestas di triumviro non era stata più rinnovata: nelle Res Gestae riconosce di aver governato in questi anni in virtù del "potitus rerum omnium per consensum universorum" ("consenso generale"), avendo per questo motivo ricevuto una sorta di perpetua tribunicia potestas[1] (certamente un fatto extra-costituzionale).[119]

Finché questo consenso continuò a comprendere l'appoggio leale degli eserciti, Ottaviano poté governare al sicuro, e la sua vittoria costituì, di fatto, la vittoria dell'Italia sul vicino Oriente; la garanzia che mai il dominio romano avrebbe potuto trovare altrove il suo equilibrio e il suo centro al di fuori di Roma.

Il Senato gli conferì progressivamente onori e privilegi, ma il problema che Ottaviano doveva risolvere consisteva nella trasformazione della sostanza dei rapporti istituzionali, lasciando intatta la forma repubblicana. I fondamenti del reale potere vennero individuati nell'imperium e nella tribunicia potestas: il primo, proprio dei consoli, conferiva a chi ne era titolare il potere esecutivo, legislativo e militare, mentre la seconda, propria dei tribuni della plebe, offriva la facoltà di opporsi alle decisioni del Senato, controllandone la politica grazie al diritto di veto. Ottaviano cercò di ottenere tali poteri evitando di alterare le istituzioni repubblicane e dunque senza farsi eleggere a vita console e tribuno della plebe ed evitando inoltre la soluzione cesariana (Giulio Cesare era stato eletto, prima annualmente e poi a vita dictator). La carica di dittatore gli fu infatti offerta, ma egli prudentemente la rifiutò:

«Il popolo con grande insistenza offrì ad Augusto la dittatura, ma lo stesso, dopo essersi inginocchiato, fece cadere la toga dalle spalle e, a petto nudo, supplicò che non gli fosse imposta.»
Statua di Augusto detta "Augusto di Prima Porta" o "Augusto loricato", custodita ai Musei Vaticani
Cameo del I secolo con Augusto che indossa una corona con i raggi del Sole, presso il Museo Romano-Germanico di Colonia

Egli considerò il titolo di dominus («signore») come un grave insulto e sempre lo respinse con vergogna.

Augusto in un'incisione di Giovanni Battista Cavalieri, contenuta nell'opera Romanorum Imperatorum effigies del 1583. Dalla copia conservata presso la Biblioteca comunale di Trento
Augusto capite velato, ossia nella sua veste di pontefice massimo (Museo Archeologico Nazionale delle Marche, Ancona)

Svetonio racconta che un giorno, durante una rappresentazione teatrale alla quale assisteva, un mimo esclamò: O dominum aequum et bonum! («O signore giusto e buono!»). Tutti gli spettatori approvarono esultanti, quasi che l'espressione fosse rivolta ad Augusto, ma egli, non solo pose fine a queste adulazioni con un gesto e lo sguardo, ma il giorno seguente emise anche un severo proclama che ne vietasse ulteriori piaggerie. Egli, infine, non permise che lo chiamassero dominus né i figli o i nipoti, che fosse per gioco o in tono serio.[120] Ancora Svetonio racconta che Ottaviano:

«Due volte pensò di restaurare la Repubblica: la prima volta subito dopo aver sconfitto Antonio, memore che quest'ultimo gli aveva ripetuto spesso che era lui il solo ostacolo al ritorno [della Repubblica]; [la seconda volta] di nuovo nella stanchezza di una malattia persistente. In quella circostanza convocò a casa sua magistrati e senatori dando loro un resoconto dell'Impero. Ma pensando che, come privato cittadino, non avrebbe potuto vivere senza pericolo e temendo di lasciare la Res publica in mano all'arbitrio di molti, continuò a mantenere [il potere]. Non sappiamo quale sia stata la cosa migliore da fare.»

Nel 27 a.C., Ottaviano restituì formalmente nelle mani del Senato e del popolo romano i poteri straordinari assunti per la guerra contro Cleopatra, ricevendo in cambio: il titolo di console da rinnovare annualmente, una potestas con maggiore auctoritas rispetto agli altri magistrati (consoli e proconsoli), poiché aveva diritto di veto in tutto l'Impero, a sua volta non assoggettato ad alcun veto da parte di qualunque altro magistrato;[121] l'imperium proconsolare decennale, rinnovatogli poi nel 19 a.C., sulle cosiddette province "imperiali" (compreso il controllo dei tributi delle stesse), vale a dire le province dove fosse necessario un comando militare, ponendolo di fatto a capo dell'esercito;[122] il titolo di Augusto (su proposta di Lucio Munazio Planco),[123] cioè "degno di venerazione e di onore",[124] che sancì la sua posizione sacra che si fondava sul consensus universorum di Senato e popolo romano; l'utilizzo del titolo di Princeps ("primo cittadino"); il diritto di condurre trattative con chiunque volesse, compreso il diritto di dichiarare guerra o stipulare trattati di pace con qualunque popolo straniero.[125]

Questi poteri decretarono che le province fossero divise in senatorie, rette da magistrati eletti dal Senato, e imperiali, rette da magistrati sottoposti al diretto controllo di Augusto; faceva eccezione l'Egitto, retto da un prefetto di rango equestre, munito di un imperium delegato da Augusto ad similitudinem proconsulis. L'imperium gli consentì di assumere direttamente il comando delle legioni stanziate nelle province "non pacatae" e di avere così costantemente a disposizione una forza militare a garanzia del suo potere, nel nesso inscindibile tra esercito e proprio comandante che era stato creato dalla riforma di Gaio Mario, ormai vecchia di quasi un secolo. L'imperium gli garantiva, inoltre, la gestione diretta dell'amministrazione e la facoltà di emanare decreta, decisioni di carattere giurisdizionale, ed edicta, decisioni di carattere legislativo.

Sotto il controllo del Senato restarono le truppe di stanza nelle province senatoriali, le quali furono rette da un proconsole o propretore. Formalmente, il Senato avrebbe potuto in qualunque momento emanare un senatus consultum limitando, o revocando del tutto, i poteri conferiti.

Nel 23 a.C. fu conferita ad Augusto la tribunicia potestas a vita[1] (che secondo alcuni gli era stata attribuita già dal 28 a.C.), la quale divenne la vera base costituzionale del potere imperiale: comportava infatti l'inviolabilità della persona e il diritto di intervenire in tutti i rami della pubblica amministrazione, e questo senza i vincoli repubblicani della collegialità della carica e della sua durata annuale. Particolarmente significativo fu il diritto di veto, che garantì ad Augusto la facoltà di bloccare qualunque iniziativa legislativa che considerasse pericolosa per la propria autorità. Nello stesso anno l'imperium di cui già godeva divenne imperium proconsulare maius et infinitum, in modo da comprendere anche le province senatorie: tutte le forze armate dello Stato romano dipendevano ora da lui.[126]

«Egli stesso [Augusto] fece voto di compiere ogni sforzo, affinché nessuno potesse rammaricarsi del nuovo stato di cose

E ancora gli furono conferite nuove onorificenze negli anni a venire. Nel 13 a.C., quando il Pontefice massimo Lepido morì, Ottaviano assunse anche questa carica divenendo il capo religioso dello Stato.[4][39][127]

«[divenuto pontefice massimo] radunò tutte le profezie greche e latine che […] erano tramandate tra il popolo, circa duemila, e le fece bruciare. Conservò solo i libri sibillini e, dopo un'attenta selezione, li pose in due armadi dorati ai piedi della statua di Apollo Palatino

Nell'8 a.C. fu emanata la Lex Iulia maiestatis, con cui per la prima volta venne punita l'offesa alla "maestà" dell'imperatore, in seguito foriera di conseguenze negative per tutto il periodo successivo. E per finire, nel 2 a.C., anno dell'inaugurazione del tempio di Marte Ultore e del Foro di Augusto, gli fu conferito il titolo onorifico di "Padre della patria" (Pater Patriae).[6]

Il principato (23 a.C. - 14)

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Lo stesso argomento in dettaglio: Principato (storia romana) e Monetazione di Augusto.
Testa di bronzo di Augusto, ritrovata a Meroe in Nubia (attuale Sudan)

L'ambizione di Augusto era quella di essere fondatore di un optimus status, facendo rivivere le più antiche tradizioni romane e nel contempo tenendo conto delle problematiche dei tempi. Il mantenimento formale delle forme repubblicane, nelle quali si inseriva il nuovo concetto della personale auctoritas del princeps (primo fra pari), permise di risolvere i conflitti per il potere vissuti nell'ultimo secolo della Repubblica. Egli non schiacciò affatto l'antica aristocrazia, ma le affiancò, in una più vasta cerchia del privilegio, il ceto degli uomini d'affari e dei funzionari, organizzati nell'ordine equestre, i cui membri furono spesso utilizzati dall'imperatore per controllare l'attività degli organi repubblicani e per il governo delle province imperiali.[128]

Ottaviano, una volta ricevuti i necessari poteri da parte di Senato e Popolo romano, cominciò ad assumere misure atte a dare all'Italia e alle Province il sospirato benessere dopo oltre un decennio di guerre civili: riordinò il cursus honorum delle magistrature repubblicane, ne creò di nuove (come la figura del curator o quella del praefectus Urbis[129]), ripristinò la carica magistratuale del censore,[129] aumentò il numero dei pretori[129] e promosse leggi che frenavano il diffondersi del celibato e incoraggiavano la natalità, emanando la lex Iulia de Maritandis Ordinibus del 18 a.C. e la lex Papia Poppaea del 9 d.C. (a completamento della prima legge).

La pax Augusta

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Con l'avvento del principato di Augusto iniziò un lungo periodo di pace interna che Augusto si era impegnato a conclamare, ponendosi come garante di una pace che, dopo quasi un secolo di guerre civili, era altamente desiderata dal popolo Romano; tale pace venne propagandata secondo la politica religiosa di Augusto, chiudendo per ben 3 volte le porte del Tempio di Giano, che restavano aperte in tempo di guerra, e secondo la leggenda erano rimaste precedentemente chiuse solo due volte nell'intera storia di Roma.

Nel concreto restavano da pacificare la Spagna ed alcune zone della Gallia; l'imperatore portò a termine il compito con decisione, guidando alcune campagne personalmente e affidandone altre ad Agrippa; da quel momento quindi, per tutta la durata dell'imperio del Princeps, escludendo gli uomini in armi facenti parte delle varie forze di "polizia" che Augusto aveva creato e che dirigeva all'interno della città di Roma, gli eserciti veri e propri furono impegnati solo nell'allargare i confini dell'Impero, sebbene questo includa anche campagne come quella delle alpi che, sebbene all'epoca non fossero state ancora conquistate e quindi si trattase tecnicamente di nuovi territori, costituiva fisicamente un enclave ben lontana dai confini dell'impero.

Per decreto del Senato, nel 17 a.C. si celebrò l'inizio di una nuova epoca, un nuovo saeculum di pace e si riprese la tradizione dei ludi saeculares, che durante la repubblica si erano tenuti ogni cent'anni. Per celebrare questo grande momento, nel 9 a.C. fu costruito nel Campo Marzio un grande altare alla Pace di Augusto, l'Ara Pacis Augustae.

Politica estera

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Lo stesso argomento in dettaglio: Politica estera di Augusto.
Le conquiste di Augusto fino al 6, prima della disfatta di Varo nella selva di Teutoburgo

Quasi a dispetto dell'indole apparentemente pacifica di Augusto, il suo principato fu più travagliato da guerre di quanto non lo siano stati quelli della maggior parte dei suoi successori. Solo Traiano e Marco Aurelio si trovarono a lottare contemporaneamente su più fronti, al pari di Augusto. Sotto Augusto, infatti, furono coinvolte quasi tutte le frontiere, dall'oceano settentrionale fino alle rive del Ponto, dalle montagne della Cantabria fino al deserto dell'Etiopia, in un piano strategico preordinato che prevedeva il completamento delle conquiste lungo l'intero bacino del Mediterraneo e in Europa, con lo spostamento dei confini più a nord lungo il Danubio e più a est lungo l'Elba (in sostituzione del Reno).[130]

Le campagne di Augusto furono effettuate con il fine di consolidare le conquiste disorganiche dell'età repubblicana, le quali rendevano indispensabili numerose annessioni di nuovi territori. Mentre l'Oriente poté rimanere più o meno come Antonio e Pompeo lo avevano lasciato, in Europa fra il Reno e il Mar Nero fu necessaria una nuova riorganizzazione territoriale in modo da garantire una stabilità interna e, contemporaneamente, frontiere più difendibili.[131]

Gli storici contemporanei si sono spesso trovati d'accordo nel negare le qualità militari di Augusto, insistendo sul fatto che raramente egli andò personalmente sui campi di battaglia.[132] Aurelio Vittore, ricordando una tradizione antica, diede di questo principe un ritratto più lusinghiero. Egli si dimostrò, invece un abilissimo uomo politico e geniale stratega,[133] forse l'esatto contrario di ciò che fu Annibale: validissimo generale e tattico, ma con una dubbia visione politico-strategica del suo tempo, accecata dall'odio per i Romani.

Prima di tutto, Augusto in persona si dedicò, con l'aiuto di Agrippa, a portare a compimento una volta per tutte la sottomissione di quelle "aree interne" all'impero non ancora conquistate completamente, a partire dalla parte nord-ovest della penisola iberica, che ormai creava problemi da decenni e che fu condotta sotto il dominio romano, dopo una serie di pesanti campagne militari in Cantabria durate dieci anni (dal 29 al 19 a.C.). In seguito venne conquistato l'interno arco alpino, per dare maggior sicurezza interna ai valichi e alle relazioni fra Gallia e Italia. Le azioni nell'area furono numerose e spesso combinate su più fronti. I figliastri di Augusto, Druso e Tiberio, nel 15 a.C., sottomisero la Rezia, Vindelicia e Vallis Poenina, con un'operazione "a tenaglia", il primo proveniente dal Brennero e il secondo dalla Gallia.[131][134]

Al termine della rivolta dalmato-pannonica del 6-9, tutti i territori dell'area illirica a sud del fiume Drava furono sotto il definitivo controllo romano

Ma fu la frontiera dell'Europa continentale che preoccupò Augusto più di ogni altro settore strategico. Essa comprendeva due settori principali: quello danubiano e quello renano. Dal 29 al 19 a.C. si procedette ad azioni combinate insieme ai re "clienti" traci, contro le popolazioni pannoniche, mesie, sarmatiche, getiche e bastarne fino ai confini macedoni. Il primo a intraprendere campagne nell'area balcanica fu il proconsole di Macedonia, Marco Licinio Crasso, in quale batté ripetutamente le popolazioni di Mesi, Triballi, Geti e Daci (nel 29 e 28 a.C.). A partire poi dal 14 al 9 a.C. i legati di Dalmazia e Macedonia, sotto l'alto comando prima di Agrippa[135] e poi di Tiberio, domarono Scordisci (sottomessi da Tiberio nel 12 a.C.[136]), Dalmati e Pannoni e respinsero le scorrerie di Bastarni, Sarmati e Daci d'oltre Danubio, mentre Pannonia e Dalmazia furono finalmente condotte sotto il dominio romano. Fu solo in seguito alla soppressione della rivolta durata per ben tre anni nell'area dell'Illirico romano (dal 6 al 9), che Tiberio poté fissare definitivamente il confine al fiume Drava.[131][137]

Le campagne germaniche di Domizio Enobarbo del (3-1 a.C.), di Tiberio e del suo legato, Gneo Senzio Saturnino, del 4-6

Le popolazioni germaniche avevano più volte tentato di passare il Reno: nel 38 a.C. (anno in cui gli alleati germani, Ubi, furono trasferiti in territorio romano)[138] e nel 29 a.C. i Suebi, mentre nel 17 a.C. i Sigambri, insieme a Usipeti e Tencteri (clades lolliana).[139] Augusto ritenne fosse giunto il momento di annettere la Germania, come aveva fatto suo padre Gaio Giulio Cesare con la Gallia. Desiderava portare i confini dell'Impero romano più a est, dal fiume Reno al fiume Elba. Il motivo era di ordine prettamente strategico, più che di natura economico-commerciale. Si trattava infatti di territori acquitrinosi e ricoperti da interminabili foreste ma il fiume Elba avrebbe ridotto notevolmente i confini esterni dell'impero.[131][134]

Toccò al figliastro di Augusto, Druso maggiore, il gravoso compito di operare in Germania. Le campagne che si susseguirono furono numerose, discontinue, e durarono per circa un ventennio dal 12 a.C. al 6 portando alla costituzione della nuova provincia di Germania con l'insediamento di numerose installazioni militari a sua difesa. Tutti i territori conquistati in questo ventennio furono però definitivamente compromessi quando nel 7 Augusto inviò in Germania Publio Quintilio Varo, sprovvisto di doti diplomatiche e militari, oltreché ignaro delle genti e dei luoghi. Nel 9 un esercito di 20 000 uomini composto da tre legioni venne massacrato nella selva di Teutoburgo, portando alla definitiva perdita di tutta la zona tra il Reno e l'Elba.[67][131][134]

Dettaglio dell'Augusto loricato o "di Prima Porta", statua dell'imperatore Augusto, ritratto in tenuta militare da parata. Sulla corazza è rappresentata la scena della consegna delle insegne legionarie di Marco Licinio Crasso da parte del re dei Parti, Fraate IV.

La presenza di Augusto in Oriente subito dopo la battaglia di Azio, nel 30-29 a.C. e dal 22 al 19 a.C., oltre a quella di Agrippa fra il 23-21 a.C. e ancora tra il 16-13 a.C., dimostrava l'importanza di questo settore strategico. Fu necessario raggiungere un modus vivendi con la Partia, l'unica potenza in grado di creare problemi a Roma in Asia Minore. Per questi motivi la politica di Augusto si differenziò in base a due aree strategiche dell'Oriente antico.[131][140]

A occidente dell'Eufrate, dove Augusto provò a inglobare alcuni Stati vassalli, trasformandoli in province, come la Galizia di Aminta nel 25 a.C., o la Giudea di Erode Archelao nel 6; rafforzò vecchie alleanze con re locali, divenuti "re clienti di Roma", come accadde ad Archelao, re di Cappadocia, ad Asandro re del Bosforo Cimmerio, e a Polemone I re del Ponto,[141] o ai sovrani di Emesa e Iturea.[140][142]

A oriente dell'Eufrate, in Armenia, Partia e Media, Augusto ebbe come obbiettivo quello di ottenere la maggiore ingerenza politica senza intervenire con dispendiose azioni militari. Ottaviano mirò infatti a risolvere il conflitto con i Parti in modo diplomatico, con la restituzione nel 20 a.C., da parte del re parto Fraate IV, delle insegne perdute da Crasso nella battaglia di Carre del 53 a.C. Augusto avrebbe potuto rivolgersi contro la Partia per vendicare le sconfitte subite da Crasso e da Antonio, al contrario ritenne invece possibile una coesistenza pacifica dei due imperi, con l'Eufrate come confine per le reciproche aree di influenza. Di fatto entrambi gli imperi avevano più da perdere da una sconfitta, di quanto potessero realisticamente sperare di guadagnare da una vittoria. Infatti, durante tutto il suo lungo principato, Augusto concentrò i suoi principali sforzi militari in Europa. Il punto cruciale in Oriente era, però, costituito dal Regno d'Armenia che, a causa della sua posizione geografica, era da un cinquantennio oggetto di contesa fra Roma e la Partia. Egli mirò a fare dell'Armenia uno Stato-cuscinetto romano, con l'insediamento di un re gradito a Roma, e se necessario imposto con la forza delle armi, come avvenne nel 2 quando, di fronte a una possibile invasione romana dell'Armenia, Fraate V riconobbe la preminenza romana davanti a Gaio Cesare, mandato in missione da Augusto.[140]

La provincia romana d'Egitto durante la conquista romana, al tempo dell'imperatore Augusto

La frontiera meridionale africana, per finire, poneva problemi diversi nei suoi settori orientale e occidentale.[143]

A oriente, dopo la conquista nel 30 a.C., l'Egitto divenne la prima provincia imperiale, retta da un prefetto di rango equestre, il prefetto d'Egitto, a cui Ottaviano aveva delegato il proprio imperium sul paese, con ben tre legioni di stanza (III Cyrenaica, VI Ferrata e XXII Deiotariana). L'Egitto costituì negli anni seguenti una base di partenza strategica per spedizioni lontane; il primo prefetto, Cornelio Gallo, dovette reprimere un'insurrezione nel Sud dell'Egitto, Elio Gallo esplorò l'Arabia Felix, Gaio Petronio si spinse in direzione dell'Etiopia (25-22 a.C.) fino alla sua capitale.[131][144]

A occidente la provincia d'Africa e la Cirenaica conobbero due guerre: fra il 32 e il 20 a.C. contro i Garamanti dell'attuale Libia, mentre fra il 14 a.C. e il 6 fu la volta dei Nasamoni della Tripolitania, dei Musulami della regione di Theveste, dei Getuli e dei Marmaridi delle coste mediterranee centrali.[131][145]

I Romani intuirono che il compito di governare e di civilizzare un gran numero di genti contemporaneamente era pressoché impossibile, e che sarebbe risultato più semplice un piano di annessione graduale, lasciando l'organizzazione provvisoria affidata a principi nati e cresciuti nel paese d'origine. Nacque quindi la figura dei re clienti, la cui funzione era quella di promuovere lo sviluppo politico ed economico dei loro regni, favorendone la civilizzazione e l'economia. Augusto, infatti, dopo essersi impadronito per diritto di guerra (belli iure) di numerosi regni, quasi sempre li restituì agli stessi governanti a cui li aveva sottratti oppure li assegnò a principi stranieri.[146] Riuscì anche a unire all'Impero i re alleati attraverso legami di parentela. Si preoccupò di questi regni come se fossero parte del sistema provinciale imperiale, giungendo ad assegnare a principi troppo giovani o inesperti un consigliere, in attesa che crescessero e maturassero; allevando ed educando i figli di molti re, affinché molti di loro tornassero nei loro territori a governare come alleati del popolo romano.[146] In seguito, quando i regni raggiungevano un livello di sviluppo accettabile, essi potevano essere incorporati come nuove province o parti di esse. Le condizioni di Stato vassallo-cliente erano, dunque, di natura transitoria.

Tale disegno politico fu applicato all'Armenia, alla Giudea (fino al 6), alla Tracia, alla Mauretania e alla Cappadocia. A questi re clienti fu lasciata piena libertà nell'amministrazione interna, e probabilmente non furono tenuti a pagare tributi regolari, ma dovevano provvedere a fornire truppe alleate al bisogno oltre a concordare preventivamente la loro politica estera con l'imperatore.[147]


Morte e successione

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Il problema della successione al principato

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Lo stesso argomento in dettaglio: Dinastia giulio-claudia e Albero genealogico giulio-claudio.
Denario raffigurante Augusto insieme con Agrippa
«Ma il destino (Fortuna) non gli permise di essere soddisfatto, fiducioso e di avere una progenie e una casa ben disciplinata. Le due Giulie, la figlia e la nipote, colpevoli di ogni atto empio, le esiliò; nello spazio di diciotto mesi perse Gaio e Lucio, il primo in Licia, il secondo a Marsiglia. Adottò allora, nel Foro con la legge curiata, il terzo nipote Agrippa e il figliastro Tiberio; ben presto, a causa della natura infame e feroce di Agrippa, lo rinnegò e lo esiliò a Sorrento.»

La successione, che toccò alla fine a Tiberio, al termine del suo principato, fu una delle più grandi preoccupazioni della vita di Augusto. Ottaviano, che in gioventù ebbe come fidanzata la figlia di Publio Servilio Vatia Isaurico, sposò nel 42 a.C. la figliastra di Antonio, Clodia Pulcra, una volta riconciliatosi con lui. L'anno successivo (41 a.C.), ripudiò Clodia per sposare prima Scribonia e, poco dopo, si innamorò di Livia Drusilla (appartenente a una delle più illustri famiglie patrizie romane), moglie di un certo Tiberio Claudio Nerone. Dopo la vittoria di Perugia (40 a.C.), Ottaviano riuscì a imporre loro il divorzio, mentre Livia era ancora gravida del secondogenito, Druso, e la sposò (fine del 39 a.C.), portando nella sua nuova casa sia la figlia, Giulia, avuta da Scribonia,[27] sia il primogenito di Livia, Tiberio. Svetonio racconta che egli non ebbe nessun figlio da Livia, benché lo desiderasse moltissimo. Lei ebbe una gravidanza, ma il bambino nacque prematuramente.[27]

Per alcuni anni Augusto sperò di avere come erede il nipote Marco Claudio Marcello, figlio di sua sorella Ottavia, al quale, nel 25 a.C., diede in moglie la figlia, Giulia,[27][148] suscitando, però, il malumore di Agrippa, che per questo motivo fu allontanato da Roma. Due anni più tardi Marcello moriva (23 a.C.) e Ottaviano fu costretto a richiamare Agrippa, costringendolo a divorziare da Claudia Marcella maggiore (figlia anch'ella della sorella Ottavia), per dargli in moglie la giovanissima Giulia, ormai vedova di Marcello da due anni.[27]

Agrippa apparve, così, suo successore designato in caso di morte prematura, facendo ormai parte della famiglia Giulia. Nel 18 a.C., infatti, ad Agrippa fu conferito l'imperium proconsulare maius (come quello di Augusto) per cinque anni, e la tribunicia potestas,[1] per quanto egli non avesse gli stessi poteri di Augusto, né la sua auctoritas.

Processione della famiglia di Augusto sul lato sud dell'Ara Pacis: la gens Giulio-Claudia

Nel 20 a.C. Giulia diede al marito un primo figlio, Gaio,[149] e un secondo nel 17 a.C., Lucio, entrambi adottati da Augusto.[27][28][150]

In quegli anni, intanto, andavano distinguendosi i due figli di Livia, Tiberio, e Druso,[151] quest'ultimo si dice fosse preferito da Augusto perché figlio naturale del princeps, come suggerisce Svetonio:

«… vi fu anche chi sospettò che Druso fosse figlio adulterino del patrigno, Augusto. Poco dopo venne infatti divulgato un verso: "La gente fortunata riesce ad avere dei figli in tre mesi". […] Augusto amò immensamente Druso da vivo, tanto da nominarlo sempre coerede insieme ai suoi figli… e da morto lo lodò in pubblico… al punto di pregare gli Dei affinché i due Cesari fossero simili a lui.»

Con la morte di Agrippa, nel 12 a.C.,[152] e poi quella prematura di Druso in Germania nel 9 a.C. (che sconvolse così tanto Augusto da spingerlo a spostarsi nel cuore dell'inverno a Ticinum (Pavia), per accogliere le spoglie di Druso[153]), la successione sarebbe ricaduta sui due figli di Giulia e di Agrippa, Gaio Cesare e Lucio Cesare,[28] mentre Tiberio fu costretto da Augusto a separarsi dalla moglie Vipsania Agrippina, per sposare la figlia dell'imperatore, Giulia, vedova di Agrippa.[27][154] In caso di morte prematura del princeps, Tiberio doveva prenderne il posto fino a quando i giovani Gaio e Lucio non fossero cresciuti.

Questo matrimonio si rivelò infelice e costituì la causa non ultima del volontario esilio di Tiberio a Rodi (dal 6 a.C. al 2), tanto più che Augusto vedeva nei due figli adottivi i futuri eredi. Ma la sorte fu favorevole a Tiberio. Giulia, la cui condotta formava argomento di pubblico scandalo, fu allontanata dal padre da Roma (2 a.C.),[155] e pochi anni dopo i due Cesari morivano: Lucio nel 2 a Marsiglia, mentre si apprestava a raggiungere la Spagna, e Gaio nel 4, per i postumi di una ferita mai guarita, mentre si apprestava a tornare a Roma dall'Oriente.[156] Ad Augusto non restava che Tiberio.

Il 26 giugno del 4 Augusto annunciò la sua decisione: adottava Marco Vipsanio Agrippa Postumo (poco dopo ripudiato e mandato in esilio), l'ultimo figlio ancora in vita di Agrippa e Giulia, e Tiberio.[29]
Gaio Cesare[28] (a quest'ultimo conferì in seguito la tribunicia potestas[1]). Benché quest'ultimo avesse già un figlio, Druso minore, Augusto lo costrinse ad adottare il nipote prediletto, Germanico Giulio Cesare (figlio del fratello di Tiberio, Druso maggiore, morto in Germania nel 9 a.C., e di Antonia minore, figlia di Ottavia minore e Marco Antonio).[157] Germanico era di un solo anno più vecchio rispetto al figlio di Tiberio, perciò aveva precedenza nella successione.[158] Tiberio diventò così il nuovo imperatore di Roma alla morte di Augusto nel 14, dando origine alla dinastia giulio-claudia.

Morte e testamento

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Lo stesso argomento in dettaglio: Mausoleo di Augusto.
Il mausoleo di Augusto, che raccolse le ceneri di tutti gli imperatori e famigliari della dinastia giulio-claudia con l'eccezione di Nerone

Secondo quanto racconta Svetonio, vi sarebbero stati, infine, segni evidenti che ne preannunciarono la sua morte e la sua divinizzazione. Mentre stava compiendo la cerimonia della lustratio nel Campo Marzio, davanti al popolo romano, un'aquila gli volò più volte attorno; subito dopo si diresse verso il vicino tempio, sedendosi sulla prima lettera del nome di Agrippa. Visto ciò chiese a Tiberio, suo collega, di pronunciare i voti per la lustratio successiva, poiché non se la sentiva di pronunciare ciò che non poteva mantenere in futuro.[159]

Sempre in questo stesso periodo un fulmine fece cadere dall'iscrizione della sua statua la prima lettera del suo nome; gli venne annunciato che sarebbe vissuto solo cento giorni da questo evento, pari al numero indicato dalla lettera "C", e che sarebbe stato divinizzato poiché «aesar», ovvero quanto rimaneva della parola «Caesar», in lingua etrusca, significa «Dio».[159]

Augusto allora, dopo aver disposto che Tiberio partisse per l'Illyricum, si mise in viaggio per accompagnarlo fino a Benevento. Giunto ad Astura, si imbarcò di notte, per approfittare del vento favorevole, ma cominciò ad avere attacchi di dissenteria.[159] Costeggiò, quindi, i lidi della Campania e fece il giro delle isole vicine, fermandosi per quattro giorni a Capri. Qui assistette agli esercizi degli efebi, in virtù di un'antica istituzione. Fece anche servir loro un banchetto in sua presenza, permettendo loro di divertirsi senza freni, saccheggiando i cesti di frutta, di cibo e altre cose che faceva lanciare. Sapendo che era ormai prossimo alla morte, non volle privarsi di alcun divertimento. In seguito passò da Napoli e, sebbene continuasse a soffrire al ventre, seguì il concorso quinquennale di ginnastica istituito in suo onore. Poi accompagnò Tiberio fino al luogo stabilito nei pressi di Benevento. Sulla strada del ritorno la sua malattia si aggravò, tanto da costringerlo a fermarsi a Nola. Qui chiese a Tiberio di tornare indietro, e con lo stesso si trattenne in un lungo colloquio segreto.[160]

Ricostruzione ideale dell'architettura originaria del mausoleo di Augusto, di Luigi Canina

L'ultimo giorno della sua vita, chiese uno specchio, si fece sistemare i capelli e, chiamati i suoi amici, chiese loro se avesse ben recitato la commedia della vita, aggiungendo la tradizionale formula conclusiva:[161]

(greco)
«εὶ δέ τι Ἐπεὶ δὲ πάνυ καλῶς πέπαισται, δότε κρότον Καὶ πάντες ἡμᾶς μετὰ χαρᾶς προπέμψατε.»
(italiano)
«Se la commedia è stata di vostro gradimento, applaudite e tutti insieme manifestate la vostra gioia.»

Li congedò tutti e improvvisamente spirò tra le braccia di Livia, dicendole:[161]

(latino)
«Livia, nostri coniugii memor vive, ac vale!»
(italiano)
«Livia, vivi nel ricordo del nostro matrimonio, e addio!»

Ebbe una morte dolce, come aveva sempre auspicato. Prima di morire mostrò un solo segno di delirio mentale, quando si lamentò di essere trascinato da quaranta giovani. In effetti fu un presagio, poiché proprio quaranta soldati pretoriani lo portarono sulla piazza pubblica.[161] Morì nella stessa camera in cui spirò il padre, Gaio Ottavio, durante il consolato dei due Sesti, Pompeo e Appuleio, quattordici giorni prima delle calende di settembre (19 agosto 14), alla nona ora del giorno, alla veneranda età di quasi settantasei anni (mancavano trentacinque giorni al suo compleanno).[162]

Il suo corpo venne trasportato da Nola a Roma. Ebbe due orazioni funebri: una di Tiberio davanti al tempio del Divo Giulio, l'altra di Druso, il figlio di Tiberio, dall'alto dei rostri antichi. Subito dopo i senatori lo portarono a spalla fino al Campo Marzio dove venne cremato. Un vecchio pretoriano giurò di aver visto salire al cielo il fantasma di Augusto, subito dopo la sua cremazione. I personaggi più influenti dell'ordine equestre, in tunica, senza cintura, a piedi nudi, deposero i suoi resti nel mausoleo a lui dedicato, fatto costruire tra la via Flaminia e la riva del Tevere durante il suo sesto consolato, avendo poi aperto al pubblico i boschetti e le passeggiate da cui era circondato.[162] In seguito le ceneri dei suoi successori, della dinastia giulio-claudia, vennero qui deposte. Sappiamo però da Svetonio che Augusto vietò, nel suo testamento, che sua figlia Giulia e sua nipote, Giulia anche lei, venissero deposte anch'esse nel suo sepolcro, dopo la loro morte.[163]

Augusto aveva redatto il suo testamento un anno e quattro mesi prima di morire. Lo aveva scritto su due fogli e lo aveva depositato presso le Vergini Vestali, che lo consegnarono unitamente ad altri tre rotoli anch'essi sigillati. Questi documenti furono aperti e letti in Senato. Egli aveva designato come eredi:[163]

Lasciò poi allo Stato e al popolo romano quaranta milioni di sesterzi (43 500 000 sesterzi secondo Tacito), alle tribù tre milioni e mezzo, ai pretoriani mille sesterzi ciascuno, cinquecento a ciascun soldato delle coorti urbane e trecento ai legionari. Ordinò poi che questa somma fosse pagata senza ritardo, avendola tenuta come sua riserva personale.[163] Fece anche altri lasciti, dove alcuni non superavano i ventimila sesterzi. Stabilì che tutte queste cifre fossero pagate entro un anno e dichiarò che i suoi eredi non avrebbero preso più di centocinquanta milioni di sesterzi. Si giustificò infine sul totale del lascito, scrivendo che, sebbene negli ultimi venti anni i testamenti degli amici gli avessero lasciato mille e quattrocento milioni di sesterzi, questi erano stati spesi per la maggior parte per il bene della Res publica, insieme ai suoi due patrimoni e le altre eredità.[163]


Politica interna

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Lo stesso argomento in dettaglio: Politica interna di Augusto.

Politica sociale e di moralizzazione

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Lo stesso argomento in dettaglio: Società romana, Mos maiorum e Cursus honorum.

Ad un certo punto, Augusto blocco momentaneamente la condizione degli schiavi, e svolse un censo che li riguardò specificatamente, in modo da stabilire chi potesse essere affrancato, a quanto pare, favorendo schiavi di origine romana.[164]

Riorganizzò e ripulì di propria mano l'ordine senatorio di quegli elementi giudicati deformi et incondita turba. Ne ridusse poi il numero alla cifra di un tempo, pari a 600, e gli restituì la sua antica dignità attraverso due selezioni: la prima era generata dai senatori stessi, in quanto ognuno sceglieva un collega; la seconda era operata dallo stesso princeps e dal fedele Marco Vipsanio Agrippa.[165] Elevò poi il censo senatoriale, portandolo da ottocentomila a un milione e duecentomila sesterzi, e diede la differenza ai senatori che non ne avevano abbastanza.[166]

, spesso utilizzate per accuse calunniose; a Roma lasciò ai proprietari del momento quei terreni che, in modo discutibile, la Res publica aveva ritenuto fossero suoi; fece distruggere i nomi di coloro che venivano costantemente accusati in modo sadico, senza che nessuno si lamentasse di loro, salvo i propri nemici; dispose inoltre che, qualora qualcuno avesse voluto nuovamente perseguitare costoro, avrebbe corso il rischio di essere a sua volta accusato e di subire la stessa pena.[167]

Politica religiosa

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Lo stesso argomento in dettaglio: Religione romana.
Augusto di via Labicana, ritratto di Augusto come pontefice massimo in tarda età

Riguardo invece alla politica religiosa, sappiamo che la crisi della religione romana, incominciata nella tarda età repubblicana, fu un importante cavallo di battaglia per Augusto, il quale si impegnò a riportare in auge il Mos maiorum, e in quanto pontefice massimo, apportò modifiche anche in quest'ambito della vita romana; inoltre si occupò anche di vari interventi minori:

«… ripristinò alcune antiche tradizioni religiose che erano cadute in disuso, come l'augurio della Salute, la dignità del flamine diale, la cerimonia dei Lupercalia, i Ludi Saeculares e quelli Compitali. Vietò ai giovani imberbi di correre ai Lupercali e sia ai ragazzi, sia alle ragazze di partecipare alle rappresentazioni notturne dei Ludi Saeculares, senza essere accompagnati da un adulto della famiglia. Stabilì che i Lari Compitali fossero adornati di fiori due volte all'anno, in primavera ed estate.»

Ebbe il massimo rispetto per i culti religiosi stranieri, ma solo per quelli di antica tradizione. Disprezzò invece gli altri. Egli ricevette infatti l'iniziazione ad Atene. Quando visitò l'Egitto, evitò di andare a vedere il bue Api, e si complimentò con il nipote Gaio Cesare, il quale passando per la Giudea non si era recato a Gerusalemme per farvi dei sacrifici.[168]

Amministrazione della giustizia

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Lo stesso argomento in dettaglio: Diritto romano.

Anche la giustizia e il diritto romano vennero riformati da Augusto, infatti, per ottenere che nessun delitto risultasse impunito o archiviato a causa di continui ritardi, aggiunse alle tre decurie di giudici una quarta, proveniente da un censo inferiore, chiamata «dei ducenari»,[N 16] con il compito di giudicare riguardo a importi inferiori;[167] riservò per gli atti forensi trenta nuovi giorni, sottraendoli ai ludi onorari,[167] sebbene, dopo aver sperimentato quanto i giudici tralasciassero il proprio ufficio, concesse le ferie nei mesi di novemre e dicembre, e che una singola decuria avesse vacanza per un anno intero a rotazione; inoltre, ridusse l'età minima necessaria per accedere alla posizione di giudice a 20 anni (5 anni in meno della norma precedente).[167] I processi in appello a Roma, vennero affidati a un pretore urbano, quelli in provincia a consoli anziani, preposti dall'imperatore a questo genere di funzione.[169]

Lo stesso Augusto giudicava con assiduità e, qualche volta, anche di notte. Emise sentenze con il massimo scrupolo, ma anche con estrema indulgenza.[169] Svetonio racconta che quando testimoniava in tribunale, permetteva che lo interrogassero e lo contraddicessero con la più grande disponibilità e pazienza.[170]

Egli inoltre ritoccò alcune leggi, altre le rifece completamente, come la legge sugli adulteri (tra il 18 e 16 a.C.[123]), il broglio e il matrimonio tra gli ordini sociali.[171] In quest'ultimo caso egli aveva ritenuto necessario assumere precisi provvedimenti per frenare il diffondersi del celibato e incoraggiare la natalità, e tale legge era evidentemente contestata, dato che la dovette alleggerire, aumentò i premi per matrimoni e concesse tre anni di tempo prima dell'entrata in vigore,[171] e dato che anche quando fù in vigore, vi furono molti tentativi di aggirarla:

«Quando scoprì che la legge era aggirata, sia prendendo fidanzate troppo giovani, sia cambiando frequentemente la moglie, diminuì i tempi del fidanzamento e regolò i divorzi.»

Tacito ritiene inoltre che la legge fosse stata concepita anche tenendo bene in mente le grandi entrate che essa poteva portare all'erario.[172]

Cancellò inoltre i processi nei quali l'imputato era da tempo sotto accusa senza però arrivare mai ad un risultato, e impose che chi avesse nuovamente accusato quegli individui sarebbe stato sottoposto alla stessa pena in cui poteva incorrere l'imputato.[167]

Amministrazione e Opere pubbliche

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Amministrazione finanziaria

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Denario
Denario raffigurante Augusto imperatore

Augusto riorganizzò l'amministrazione finanziaria dello Stato romano. Attribuì infatti un salario e una gratifica di congedo a tutti i soldati dell'esercito imperiale (sia ai legionari sia agli ausiliari); assegnò un salario (salaria) per il servizio pubblico per tutti i rappresentanti del Senato, per poi estenderlo gradualmente anche alle magistrature ordinarie. La magistratura di tipo repubblicano fu retribuita con indennizzi e cibaria, piuttosto che con salaria. Costituì inoltre il fiscus (ovvero la cassa delle entrate dell'imperatore), accanto al vecchio aerarium, che rimase la cassa principale (affidata dal 23 a.C. a due pretori, non più a due questori),[173] ma Augusto fu autorizzato ad attingere da esso le somme necessarie per tutte le funzioni amministrative e militari. L'imperatore, di fatto, poteva dirigere la politica economica di tutto l'impero e assicurarsi che le risorse fossero equamente distribuite in modo che le popolazioni sottomesse potessero considerare il governo di Roma una benedizione, non una condanna. Creò infine un aerarium militare per i compensi da dare ai veterani.[174]

Promosse, quindi, la rinascita economica, del commercio e dell'industria attraverso l'unificazione dell'area mediterranea, debellando completamente la pirateria e migliorando la sicurezza lungo le frontiere e internamente alle province. Creò una fitta rete stradale con un ottimo livello di manutenzione (affidandole alla cura dei suoi generali, che dovettero farle ripavimentare con l'argento dei loro bottini),[46] istituendo numerosi curatores viarum per la manutenzione delle strade in Italia e nelle province; nuovi porti commerciali e nuove attrezzature portuali come moli, banchine, fari; finanziò l'escavazione di canali e nuove esplorazioni (a volte anche militari oltreché commerciali) in terre lontane come l'Etiopia, la penisola arabica (fino all'attuale Yemen), le terre dei Garamanti, dei Germani del fiume Elba e l'India. In questa maniera restaurò la pax romana in tutto l'impero.[175]

Inoltre, nel 23-15 a.C., riordinò il sistema monetario, fissando i cambi tra la moneta aurea (1/40 di libbra) equivalente a 25 denari d'argento e a 100 sesterzi di rame, che restò praticamente immutato per due secoli.[176] Fece anche distruggere le cartelle dei debitori di lunga data.[167]

E infine, sappiamo che concesse numerosi congiaria, vale a dire distribuzioni di grano gratuite alla popolazione di Roma, o prestiti a tassi agevolati, come ci tramanda Svetonio:

«Fece il censimento del popolo per quartieri e affinché i plebei non fossero allontanati dalle loro occupazioni troppo spesso a causa della distribuzione di grano, assegnò tre volte all'anno tessere per l'approvvigionamento di quattro mesi; ma poiché essi desideravano tornare alla vecchia abitudine, concesse nuovamente che ciascuno prelevasse ogni mese ciò che gli era dovuto.»

Riorganizzazione dell'esercito

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Lo stesso argomento in dettaglio: Riforma augustea dell'esercito romano e Limes romano.
Il legionario ai tempi dell'imperatore Augusto

Augusto riorganizzò l'esercito legionario e ausiliario, distribuendolo nella province.[174] Introdusse un esercito permanente di volontari, disposti a servire inizialmente per sedici anni, e poi per vent'anni dal 6, unicamente dipendente da lui; istituì un cursus honorum anche per coloro che aspiravano a ricoprire i più alti incarichi nella gerarchia dell'esercito, con l'introduzione di generali professionisti, non più comandanti inesperti mandati allo sbaraglio nelle province di confine; creò l'aerarium militare.[174]

«In campo militare introdusse molte nuove riforme e ristabilì anche alcune antiche usanze. Mantenne la più severa disciplina: dove i suoi legati non ottennero, se non a fatica e solo durante i mesi invernali, il permesso di andare a trovare le loro mogli. [...] Congedò con ignominia l'intera X legione, poiché ubbidiva con una certa aria di rivolta; allo stesso modo lasciò libere altre, che reclamavano il congedo con esagerata insistenza senza dare le dovute ricompense per il servizio prestato. Se alcune coorti risultava si fossero ritirate durante la battaglia, ordinava la loro decimazione e nutrire con orzo. Quando i centurioni abbandonavano il loro posto di comando erano messi a morte come semplici soldati, mentre per altre colpe faceva infliggere pene infamanti, come il rimanere tutto il giorno davanti alla tenda del proprio generale, vestito con una semplice tunica, senza cintura, tenendo in mano a volte una pertica lunga dieci piedi, oppure una zolla erbosa.»

Delle legioni sopravvissute alla guerra civile, 28 rimasero dopo Azio, e 25 dopo la disfatta di Teutoburgo; vennero istituite le ali di cavalleria e le coorti di fanteria (o misti) di auxilia provinciali, traendoli da volontari non-cittadini, desiderosi di diventare cittadini romani al termine della ferma militare (della durata di 20-25 anni). In totale erano circa 340 000 uomini, di cui 140 000 servivano nelle legioni. Furono formate anche le coorti pretoriane e urbane (di Roma, Cartagine, Lione e d'Italia) e dei Vigili di Roma;[46] la flotta imperiale divisa in squadre a Ravenna, Miseno[174] (in precedenza posta a Portus Iulius presso Pozzuoli[5]) e Forum Iulii, e quelle provinciali di Siria ed Egitto, e le flottiglie fluviali su Reno, Danubio e Sava.[177]

Amministrazione provinciale

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Lo stesso argomento in dettaglio: Province romane e Cursus publicus.
Province senatorie (in rosa) e imperiali (in rosso) nel 14 d.C., sotto Augusto
«Di alcune province cambiò condizione, e visitò spesso la maggior parte sia delle une sia delle altre. Certe città, per altro federate, ma che la dissolutezza stava mandando in rovina, furono private della loro libertà, altre, sotto il peso dei debiti, furono aiutate, altre ancora, distrutte dal terremoto, furono aiutate nella ricostruzione, e quelle che avevano dei meriti nei confronti del popolo romano, gli venne donato il diritto di cittadinanza o quello dei Latini. E non mi sembra che una sola provincia non sia stata dallo stesso visitata, ad eccezione dell'Africa e della Sardegna.»

Nel 27 a.C., riorganizzò le province da un punto di vista fiscale e amministrativo, delegando l'amministrazione delle province nel seguente modo:

  • Per sé stesso, tenne le cosiddette province non pacificate[178] ovvero quelle in cui erano stanziate le legioni, con il fine di giustificare il potere sull'esercito. Erano dette imperiali e affidate ai legati Augusti pro praetore di rango senatorio. Faceva eccezione l'Egitto, in cui venne riconfermato il praefectus Alexandreae et Aegypti. Per l'aspetto tributario, tali province erano affidate a procuratores Augusti; le entrate andavano a confluire sulla neonata cassa del principe, il fiscus.
  • Le rimanenti province, quelle di più antica costituzione (pacate) e prive di stanziamenti legionari (tranne che per la provincia d'Africa), vennero lasciate al governo delle promagistrature tradizionali (proconsules).[178] Tali province presero poi il nome di provinciae Populi Romani. I tributi venivano raccolti dai quaestores e confluivano nell'aerarium, l'antica cassa dello Stato romano.
  • Altri distretti, di minori dimensioni e importanza, non elevati al rango di provincia e nei quali erano stanziate solo truppe ausiliare, furono affidati a ufficiali, col titolo di prefetti civitatum. Questi distretti dipendevano dal legato della provincia (o dell'esercito) più vicino: così la prefettura di Giudea dipendeva dal legato di Siria e le prefetture alpine dal legato dell'esercito germanico.

Creò, inoltre, nuovi e numerosi municipi e colonie, al fine di portare avanti l'opera di romanizzazione nelle province.[43][179] Nel 25 a.C. (in occasione della vittoria dei Romani sui Salassi), per volere dell'imperatore Augusto, venne fondata Augusta Praetoria (l'attuale Aosta). Durante il suo regno, venne fondata Iulia Augusta Taurinorum, (l'attuale Torino). Per quanto riguarda Bononia (Bologna), che era colonia di veterani di Antonio, Augusto ne confermò lo statuto, venendo onorato come padre della città (Storia di Bologna, 2005, A. Donati, G. Sassatelli editori). Creò inoltre il cosiddetto cursus publicus, vale a dire il servizio imperiale di posta che assicurava gli scambi all'interno dell'Impero romano.

«Affinché si potesse facilmente e più rapidamente annunciargli e portare a sua conoscenza ciò che succedeva in ciascuna provincia, fece piazzare, di distanza in distanza, sulle strade strategiche, dapprima dei giovani a piccoli intervalli, poi delle vetture. Il secondo procedimento gli parve più pratico, perché lo stesso portatore del dispaccio faceva tutto il tragitto e si poteva, inoltre, interrogarlo in caso di bisogno.»

Amministrazione dell'Italia

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Lo stesso argomento in dettaglio: Italia romana e Regioni dell'Italia augustea.

Augusto divise l'Italia in undici regioni arricchendola di nuovi centri. Svetonio e le Res gestae divi Augusti parlano della fondazione di ben 28 colonie.[43][44][180] Riconobbe, in un certo qual modo, l'importanza di queste colonie, attribuendo diritti uguali a quelli di Roma, permettendo ai decurioni delle colonie di votare, ciascuno nella propria città, per l'elezione dei magistrati di Roma, facendo pervenire il loro voto nell'Urbe, il giorno delle elezioni.[43]

Rispetto alle province fu soprattutto l'Italia a essere privilegiata da Augusto, che vi costruì una fitta rete stradale e abbellì le città dotandole di numerose strutture pubbliche (fori, templi, anfiteatri, teatri, terme...)[46] e di uffici di raccolta tributari.[43]

L'economia italica era florida: agricoltura, artigianato e industria ebbero una notevole crescita, che permise l'esportazione dei beni verso le province. L'incremento demografico fu rilevato da Augusto tramite tre censimenti.[1]

Augusto si preoccupò anche di ristabilire l'ordine, mutatosi negli anni di guerra civile fino a che, quando vi mise mano, la legge vigente assomigliava molto a quella del più forte: nelle campagne i latifondisti sequestravano qualunque viandante su cui potessero mettere le mani e schiavi o liberi che fossero, gli chiudevano nei propri ergastoli per ottenere manodopera gratuita, di contro i vagabondi si aggiravano armati con la scusa dell'autodifesa, inoltre molte associazioni erano nate che però si riunivano "senza mai combinare nulla" (almeno pubblicamente); così il princeps vi pose rimedio facendo percuisire gli ergastoli, piazzando posti di guardia in luoghi strategici per limitari i crimini commessi da vagabondi, e sciogliendo le associazioni, fatta eccezzione per quelle antiche e legali. [167]

Amministrazione di Roma e Opere pubbliche

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Lo stesso argomento in dettaglio: Architettura romana e Roma antica.
Modellino ricostruttivo del foro di Augusto

Per quanto riguarda la stessa città di Roma, la divise in 14 rioni (regiones) ognuna affidata a un magistrato estratto a sorte ogni anno, e divise ulteriormente i rioni in quartieri (vici), amministrati in questo caso, da capi(magistri) eletti da chi viveva nel quartiere stesso.[46]

Aumentò l'apporto d'acqua alla città tramite la costruzione di due nuovi acquedotti[48] l'Aqua Iulia e l' Aqua Vergine (oltre all'Aqua Alsietina, che non portava però acqua potabile, bensì era usato per riempire il bacino della Naumachia), stabilì un corpo di tre curatores aquarum, selezionati dal senato fra i propri membri, per occuparsi dell'approvvigionamento idrico.[46] Inoltre creò la carica di praefectus annonae poiché provvedesse all'approvigionamento dei viveri necessari per la popolazione della capitale, e quella di due praefecti frumenti dandi (di rango senatorio) per somministrare i sussidi. Fece anche ripulire da rottami accumulati negli anni il letto del tevere e lo allargò data la strettoia creata dalla sporgenza di edifici, oltre a istituire cinque curatores riparum et alvei Tiberis, per proteggere Roma da eventuali inondazioni;[46]

Numerosi furono, gli edifici, le opere pubbliche e i monumenti celebrativi costruiti o restaurati durante il suo principato:

«Non essendo Roma all'altezza della maestà dell'impero [...] l'abbellì al punto, che potè vantarsi giustamente di averla trovata di mattoni e averla lasciata di marmo

Eccezion fatta per la Suburra, fece effettivamente di Roma una monumentale città di marmo, infatti, anche degli edifici iconici che esistevano già prima della sua ristrutturazione, molti erano versioni più umili di quelle che siamo abituati ad immmaginarci. Istituì perfino due curatores aedium sacrarum et operum locorumque publicorum per preservare i templi e gli edifici pubblici.

Più nel dettaglio si possono ricordare:

Inoltre, molti edifici furono costruiti o ristrutturati da privati cittadini durante il suo regno, spinti dalla sua esortazione:

«[…] spesso esortò anche i privati affinché, ognuno secondo le proprie possibilità, adornasse la città con nuovi templi oppure restaurando e arricchendo quelli già esistenti.»

Ad esempio:

Assegnò tutti i luoghi pubblici la cui proprietà era incerta a chi li possedeva in quel momento.[167]


Infine, allo scopo di mantenere l'ordine pubblico, creò tre nuove prefetture urbane: la praefectura Urbi, una specie di polizia, la praefectura vigilum, per far fronte agli incendi di Roma,[45][46] e la Guardia pretoriana, quale guardia personale del princeps (ovvero dello stesso Augusto).[182]

Letteratura latina

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Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.).
Circolo di Mecenate, dipinto di Stefano Bakalovich, 1890, Galleria Tret'jakov, Mosca

Allo sforzo politico di Augusto si affiancò l'elaborazione in tutti i campi di una nuova cultura, di impronta classicistica, che fondesse gli elementi tradizionali in nuove forme consone ai tempi. Poeti e letterati contribuirono nell'essere i portavoce del programma civico e politico del princeps;[183][184] successivamente subentrò una fase dove le energie spirituali andarono spegnendosi e dove prevalse una letteratura accademica, intesa come mero esercizio retorico, priva di quei contenuti morali e civili necessari.[185]

Augusto si avvalse dell'aiuto dei letterati dell'epoca per rielaborare il mito delle origini di Roma, andando a prefigurare una nuova età dell'oro che trovò come principali interpreti, autori come Virgilio, Orazio, Livio, Ovidio, Properzio e Vario Rufo, facenti parte del cosiddetto "circolo letterario di Mecenate".[184][186][187] A quest'ambiente letterario appartenne anche Gaio Cornelio Gallo, che fu sia poeta sia uomo politico: come tale divenne il primo Prefetto di Alessandria e d'Egitto.

A fianco, vi era poi un altro circolo, quello "di Messalla", che ruotava attorno alla figura aristocratica di Marco Valerio Messalla Corvino, e che raccoglieva poeti di ispirazione bucolica ed elegiaca, in antitesi con gli interessi civili dei poeti di Mecenate.[188] Di questo secondo circolo facevano parte Tibullo,[189] Ligdamo e la poetessa Sulpicia; egli era legato anche da amicizia con Orazio e Ovidio. Messalla a suo tempo era stato un valoroso generale e collaboratore di Ottaviano, che si ritirò a vita privata dopo il 27 a.C. Questo circolo, in antitesi con quello di Mecenate, rinunciò all'impegno morale e civico, a favore di un'ispirazione idilliaca, agreste ed elegiaca.[190]

Orazio legge davanti al circolo di Mecenate, dipinto di Stefano Bakalovich, 1863

L'età di Augusto è considerata uno fra i più importanti e fiorenti periodi della storia della letteratura mondiale per numero di ingegni letterari, dove i principi programmatici e politici di Augusto erano appoggiati dalle stesse aspirazioni degli uomini di cultura del tempo.[183] Del resto la politica a favore del primato dell'Italia sulle province, la rivalutazione delle antiche tradizioni, accanto a temi come la santità della famiglia, dei costumi, il ritorno alla terra e la missione pacificatrice e aggregante di Roma nei confronti degli altri popoli conquistati, furono temi cari anche ai letterati di quell'epoca.[186]

I tempi erano ormai maturi perché la letteratura latina sfidasse quella greca, che allora veniva considerata insuperabile. Nella generazione successiva, sotto il principato di Augusto, fiorirono i maggiori poeti di Roma: Orazio, che primeggiò nella satira e nella lirica, emulava i lirici come Pindaro e Alceo, Virgilio, che si distinse nel genere bucolico, nella poesia didascalica e nell'epica, rivaleggiava con Teocrito, Esiodo e addirittura Omero; e poi ancora Ovidio, maestro del metro elegiaco, e Tito Livio nella storiografia.

Lo stesso Augusto fu un letterato dalle molteplici capacità: scrisse in prosa e in versi, dalle tragedie agli epigrammi[191] fino alle opere storiche. Coltivò l'eloquenza fin dalla prima giovinezza, con grande passione e impegno.[192]

Letteratura greca

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Vissero in epoca augustea Dionigi di Alicarnasso (autore delle Antichità romane, pubblicata dal 7 a.C), Strabone (autore de la Geografia, iniziata sotto Augusto e finita sotto Tiberio) e Diodoro Siculo (autore della Bibliotheca historica, terminata quando Augusto era ancora Ottaviano, tra il 36 a.C. e il 30 a.C.). Tra gli altri si ricordano: gli eruditi Giuba II, Didimo Calcentero, Aristonico d'Alessandria e Teone; i grammatici Tirannione, Trifone di Alessandria, Tolomeo di Ascalona e Trasillo di Mende; gli storici Timagene e Nicola Damasceno; i retori Cecilio di Calacte, Dionisio Attico ed Ermagora Carione; i poeti Crinagora di Mitilene, Antipatro di Tessalonica, Marco Argentario e Filistione; il medico Anassilao di Larissa; i filosofi Senarco di Seleucia, Nestore di Tarso e Atenodoro Cananita. L'oratoria greca di età augustea è dominata dagli «Apollodorei» (da Apollodoro di Pergamo, precettore di Augusto) e dai «Teodorei» (da Teodoro di Gadara, maestro di Tiberio). In filosofia fu attiva la Scuola dei Sextii. Sono talvolta datati all'età di Augusto il Trattato del Sublime, il carme su Roma della poetessa Melinno e alcuni romanzi greci, ma occorre ricordare che la datazione di queste opere oscilla anche di secoli.

Caratteristiche demografiche, economiche e sociali dell'Impero romano sotto Augusto

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Lo stesso argomento in dettaglio: Economia dell'Impero romano.
Le vie del commercio romano durante l'Alto Impero romano

Al tempo di Augusto l'Impero romano dominava su una popolazione di circa 55 milioni di persone (di cui 8-10 in Italia) su una superficie di circa 3,3 milioni di chilometri quadrati. Rispetto ai tempi moderni, la densità era piuttosto bassa: 17 abitanti per chilometro quadrato, i tassi di mortalità e natalità molto elevati e la vita media non superava i 20 anni. Solo un decimo della sua popolazione viveva nelle sue 3 000 città, più in particolare: 3 milioni circa abitavano nelle quattro città più grandi (Roma, Cartagine, Antiochia e Alessandria), di questi almeno un milione abitava nell'Urbe. Secondo calcoli approssimativi il prodotto interno lordo di quell'Impero era a quell'epoca attorno ai 20 miliardi di sesterzi e caratterizzato da vertiginose concentrazioni di ricchezze. Il reddito annuale dell'imperatore era attorno ai 15 milioni di sesterzi, quello dei 600 senatori ammontava a circa 100 milioni (0,5% del PIL), il 3% dei percettori di redditi godeva del 25% delle ricchezze prodotte. L'Italia, centro dell'Impero augusteo, godeva di una posizione privilegiata: grazie alle riconquiste di Augusto poteva disporre di grandi mercati di approvvigionamento, (grano, in primo luogo, proveniente dalla Sicilia, dall'Africa, dall'Egitto) e di nuovi mercati di sbocco per le proprie esportazioni di vino e olio; le terre confiscate alle popolazioni sottomesse erano immense e dalle province arrivavano tributi in moneta e in natura (bottini di guerra, milioni di schiavi, tonnellate d'oro).[46][193]

Svetonio, per sottolineare la sua umiltà, ci dice che inizialmente abitò nei pressi del Foro Romano, sopra le "scale degli orefici", nella casa che era stata dell'oratore Gaio Licinio Calvo, nei pressi del colle Velia.[194] E che in seguito si trasferì sul Palatino, in una casa che era appartenuta al consolare e oratore Quinto Ortensio Ortalo, di non grande ampiezza e priva di lusso, visto che le colonne dei suoi portici piuttosto basse, erano di pietra del monte Albano, mentre nelle stanze non c'erano né marmo, né mosaici; sempre secondo svetonio dormì nella stessa camera per più di quarant'anni, anche d'inverno, sebbene considerasse poco adatto alla sua salute il clima invernale di Roma.[194]

Fonti e storiografia

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Lo stesso argomento in dettaglio: Fonti e storiografia su Ottaviano Augusto.

Le principali fonti per la vita e il ruolo di Augusto e degli altri membri della famiglia imperiale sono rappresentate dalle biografie di Svetonio (Vite dei dodici Cesari), oltre ad Appiano di Alessandria (Historia Romana), Aurelio Vittore (De Caesaribus), Cassio Dione (Historia Romana), Tacito (Annales), Velleio Patercolo (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo) e lo stesso Augusto (Res gestae divi Augusti).

Lo stesso argomento in dettaglio: Res gestae divi Augusti.
Monumentum Ancyranum. Il tempio di Augusto e Roma ad Ancyra sulle cui pareti sono incise le Res gestae divi Augusti.

Augusto lasciò alla sua morte un dettagliato resoconto delle sue opere: le Res Gestae Divi Augusti. Svetonio in particolare racconta che una volta morto, lasciò tre rotoli, che contenevano:

  • il primo, disposizioni per il suo funerale,
  • il secondo, un riassunto delle opere, da incidere su tavole in bronzo e da collocare davanti al suo mausoleo,
  • il terzo: la situazione dell'Impero. Quanti soldati erano sotto le armi e dove erano dislocati, quanto denaro era nell'aerarium e quanto nelle casse imperiali, oltre alle imposte pubbliche.[163]

Il testo dell'opera è tramandato da un'iscrizione, sia in latino sia in traduzione greca, rinvenuta nel 1555. Era incisa sulle pareti del tempio, dedicato alla città di Roma e ad Augusto, situato ad Ancyra (l'odierna Ankara, la capitale della Turchia) e pertanto è stata denominata Monumentum Ancyranum. Altre copie, molte delle quali sono giunte frammentarie, dovevano essere incise sulle pareti dei templi a lui dedicati.

In uno stile volutamente stringato e senza concessioni all'abbellimento letterario, Augusto riportava gli onori che gli erano stati via via conferiti dal Senato e dal popolo romano per i servizi da lui resi; le elargizioni e i benefici concessi con il suo patrimonio personale allo Stato, ai veterani di guerra e alla plebe; i giochi e le rappresentazioni dati a sue spese; infine gli atti da lui compiuti in pace e in guerra.

Il documento non menziona il nome dei nemici e neppure quello di qualche membro della sua famiglia, con l'eccezione dei successori designati: Marco Vipsanio Agrippa, Gaio Cesare e Lucio Cesare, oltre al futuro imperatore Tiberio.

Titolatura e monetazione

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Lo stesso argomento in dettaglio: Monetazione di Augusto e Fasti triumphales.

Il princeps ottenne nel corso degli anni:

«Due volte entrò in Roma con gli onori dell'ovazione: la prima volta dopo la guerra di Filippi, la seconda dopo la guerra di Sicilia. Tre volte celebrò il trionfo curule: per la Dalmazia, per Azio e per Alessandria, tutti e tre in tre giorni consecutivi.»

Eredità culturale

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Lo stesso argomento in dettaglio: Augusto nell'eredità storica culturale.
  1. sebbene Svetonio, pur ammettendo che questa era anche la versione di Augusto, dà invece la notizia di membri della gens Octavia introdotti in senato già al tempo di Tarquinio Prisco in qualità di "minores gentis", e poi elevati a patrizi da Servio Tullio, e solo successivamente decaduti a plebei[64]
  2. dove dopo la sua morte venne costruito un santuario a lui dedicato.[25]
  3. Svetonio racconta di un episodio avvenuto in questo periodo secondo il quale, Cicerone, mentre accompagnava Gaio Giulio Cesare in Campidoglio, raccontò agli amici di aver fatto un sogno la notte precedente, nel sogno aveva visto un fanciullo dai nobili lineamenti, che scendeva dal cielo appeso a una catena d'oro e si fermava davanti alle porte del Campidoglio, dove Giove gli consegnava una frusta; quando Cicerone vide Ottaviano, che lo zio Cesare aveva fatto venire a un sacrificio, disse che era proprio lui il ragazzo apparsogli in sogno.[69]
  4. Svetonio racconta: durante il soggiorno ad Apollonia, Ottaviano era salito insieme al fedele amico, Marco Vipsanio Agrippa, all'osservatorio dell'astrologo Teogene dove Agrippa ricevette splendide previsioni sulla sua vita futura, quasi incredibili. Ottaviano, temendo di essere considerato di origini oscure, preferì inizialmente non fornire i dati relativi alla propria nascita, ma dopo numerose preghiere, vi acconsentì. Teogene allora si alzò dal suo seggio e lo adorò. Per questo motivo Ottaviano ebbe così tanta fiducia nel suo destino che fece pubblicare il suo oroscopo e coniare una moneta d'argento con il segno del Capricorno, suo ascendente: in epoca imperiale si dava più importanza a quest'ultimo piuttosto che al segno di nascita (Bilancia per Augusto).[69]
  5. Si narra che poco prima di venire assassinato, Cesare lo avesse nominato magister equitum in seconda,[70] accanto a Marco Emilio Lepido, in vista della grande spedizione d'Oriente che stava preparando contro i Parti, e che fosse stato inviato appena diciottenne ad Apollonia proprio per verificare i preparativi per la futura guerra.
  6. Secondo alcuni l'uso del nome in guisa di adozione post mortem era addirittura una clausola del testamento per aver accesso all'eredità
  7. Alcuni storici contestano la possibilità di adozioni per testamento nella società romana, e ritengono il fatto piuttosto come il solo permesso dell'uso del nome
  8. una futura inchiesta per la sparizione dei fondi pubblici non troverà colpe in Ottaviano perché i fondi erano necessari per arruolare truppe contro il nemico del senato Marco Antonio [72]
  9. che Appiano cita come necessaria, nei casi in cui il beneficiario dell'eredità non fosse figlio del defunto, per ereditare anche i vincoli sociali che il defunto aveva con i parenti e i propri liberti; e lo stesso specula che fosse forse per i numerosi ricchi liberti di Cesare che piú tardi Ottaviano si premurò di far ratificare il testamento da una Lex Curiatae[74]
  10. durante i quali l'apparizione di una cometa fu interpretata da alcuni come segno della deificazione di Cesare)[76]
  11. dai tempi di Silla solo i senatori potevano accedere al tribunato della plebe
  12. ma questa notizia è sospetta in quanto è quasi certo che Appiano abbia attinto all'autobiografia perduta di Augusto.[senza fonte]
  13. fu questo il caso di Sesto Pompeo che fu condannato anche se estraneo ai fatti[102]
  14. Appiano aggiunge che un solo giudice (un patrizio) votò per l'assoluzione, il quale fu inizialmente libero di andarsene dalla città senza ripercussioni, ma che fu poi eventualmente proscritto anch'egli
  15. le fonti differiscono sul numero delle vittime: Plutarco ne conta 200 nella "vita di Bruto, 27.6", poco più nella "vita di Cicerone, 46.2", e 300 nella "vita Antonio, 20.2"; Tito Livio cita 130 senatori e molti cavalieri;[109] Appiano sui 300 senatori e 2000 cavalieri, sebbene si riferisca soltanto ai proscritti, e non necessariamente ai decessi[110]
  16. Il termine di ducenario si riferisce al reddito annuale di un funzionario pubblico, pari a 200.000 sesterzi.
  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Svetonio, Augustus, 27.
  2. 1 2 3 Res Gestae, 4.
  3. AE 2001, 1012; CIL XI, 367; CIL II, 4712 (p XLVIII, 992); CIL III, 10768 (p 2328,26).
  4. 1 2 3 4 Cassio Dione, LIV, 27.2.
  5. 1 2 3 4 Svetonio, Augustus, 16.
  6. 1 2 Svetonio, Augustus, 58.
  7. Cassio Dione, LIV, 10.5 e 30.1.
  8. 1 2 3 4 5 6 Fasti triumphales.
  9. Ottaviano trionfò su Sesto Pompeo a Nauloco nel 36 a.C.
  10. Ottaviano si meritò la 3º salutatio imperatoria per i successi conseguiti in Illirico: Svetonio, Augustus, 22.
  11. Ottaviano ottenne una nuova salutatio imperatoria per la vittoria di Azio: Svetonio, Augustus, 22.
  12. Ottaviano nel 29 a.C. celebrò un triplice trionfo: per la Dalmazia, Azio e la conquista dell'Egitto (Svetonio, Augustus, 22).
  13. CIL VI, 40306 databile a dopo il 23 a.C.
  14. Cassio Dione, LIV, 8, 1. Velleio Patercolo, II, 91. Livio, 141. Svetonio, Augustus, 21; Tiberius, 9. RIC Augustus, I, 510; Sutherland Group VIIa; RSC 298; RPC I 2218; BMCRE 703 = BMCRR East 310; BN 982-3 and 985; CNR 809/2.
  15. RIC Augustus I 367 (databile al 16 a.C.); RSC 348; BMCR 99 = BMCRR Rome 4490; BN 368-71.
  16. CIL III, 3117 databile al 10 a.C. per imperator XII.
  17. CIL V, 3325. AE 1954, 88. AE 1981, 547 = AE 1984, 584. AE 1984, 583; Cassio Dione, LIV, 31.4; Syme 1993, p. 106.
  18. AE 1951, 205; CIL II, 4917; CIL II, 4923; AE 1959, 28; AE 1967, 185; AE 1973, 323 databile al 6 a.C.; AE 1980, 610; AE 1987, 735; Cassio Dione, LV, 6.4-5.
  19. AE 1997, 1495. AE 1997, 1496. CIL II, 4776. CIL II, 4868. CIL II, 6215.
  20. Cassio Dione, LV, 10a.5-7.
  21. 1 2 Cassio Dione, LVI, 17.
  22. Svetonio, Tiberius, 17.
  23. CIL XI, 367. Miliari Hispanico 1.
  24. AE 2001, 1012; Velleio Patercolo, II, 122, 2.
  25. 1 2 3 Svetonio, Augustus, 5.
  26. 1 2 3 4 5 Svetonio, Augustus, 62.
  27. 1 2 3 4 5 6 7 8 Svetonio, Augustus, 63.
  28. 1 2 3 4 5 Svetonio, Augustus, 64.
  29. 1 2 3 Svetonio, Augustus, 65.
  30. Svetonio, Augustus, 3.
  31. Svetonio Augustus 4.
  32. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 Svetonio, Augustus, 26.
  33. Conferitogli in tenera età dall'omonimo padre, dopo la sua vittoria a Turi sui rimasugli dei fedeli a Lucio Sergio Catilina e della ribellione di Spartaco.
  34. Cassio Dione, LIII, 16, 8.
  35. In italiano Imperatore Cesare, figlio del Divo (Giulio), Augusto.
  36. Mario Mazza, Augusto in camicia nera. Storiografia e ideologia nell'era fascista, in Revista de Historiografía (RevHisto), Universidad Carlos III de Madrid, 27, 27 novembre 2017, p. 125, DOI:10.20318/revhisto.2017.3966.
  37. Canfora 2015.
  38. Cassio Dione, LIII, 32, 5-6.
  39. 1 2 3 Svetonio, Augustus, 31.
  40. Svetonio, Augustus, 8 riferisce che Ottaviano rimarrà padrone assoluto di Roma per 44 anni, dalla morte di Marco Antonio avvenuta in Egitto nel 30 a.C.
  41. Mazzarino 1973, pp. 73 ss.; Scarre 1995, p. 17 riporta il numero degli anni in cui gli fu conferita la tribunicia potestas (dal 23 a.C.), data ufficiale in cui ottenne il potere tribunizio a vita dal Senato (Svetonio, Augustus, 27), con auctoritas superiore a qualsiasi altra magistratura e base costituzionale del potere imperiale.
  42. Simpatico il giudizio che ne dà Giorgio Ruffolo: «Di solito, dopo Augusto, gli imperatori hanno compiuto la loro metamorfosi nel senso più ovvio della patologia del potere: dalla normale virtù alla follia criminale. Lui la percorse a ritroso: da gangster a padre della patria. Da questa canaglia sbocciò infatti il fondatore di uno dei più gloriosi regimi della storia» (Ruffolo 2004, p. 73).
  43. 1 2 3 4 5 6 Svetonio, Augustus, 46.
  44. 1 2 Res Gestae, 28.
  45. 1 2 Strabone, V, 3, 7.
  46. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Svetonio, Augustus, 30.
  47. Augusto fu infatti capace di circondarsi di validi generali come: l'amico e genero Marco Vipsanio Agrippa, i figliastri Tiberio e Druso, e un alto numero di altri aristocratici come Gaio Senzio Saturnino, Marco Vinicio, Lucio Domizio Enobarbo, Lucio Calpurnio Pisone, Marco Valerio Messalla Messallino Marco Plauzio Silvano, Aulo Cecina Severo, Gaio Vibio Postumo, Marco Emilio Lepido, Tito Publio Carisio, Sesto Appuleio, Publio Silio Nerva, Antistio Vetere, Gneo Cornelio Lentulo l'Augure, Sesto Elio Catone, ecc.
  48. 1 2 Svetonio, Augustus, 42.
  49. 1 2 3 4 5 Scarre 1995, p. 17.
  50. Svetonio, Augustus, 7,1. Svetonio specifica di averlo letto in un busto che aveva regalato a un imperatore del suo tempo (Traiano o Adriano?). Inoltre afferma che Marco Antonio lo usava come espressione del suo disprezzo. Svetonio non è sicuro dei motivi per cui il giovane Gaius Octavius avesse il cognomen Thurinus. Dà due possibilità: avrebbe potuto indicare l'origine della famiglia dal territorio di Thurii (gli Ottavi tuttavia venivano probabilmente da Velitrae) oppure essere in collegamento con una vittoria di suo padre nella regione Thurina. Tuttavia questa ipotesi è messa in dubbio da (DE) Francis X. Ryan, Kaipias. Ein Beiname für Augustus, in Studia humaniora Tartuensia, vol. 6, annotazione 2, 2005, pp. 1-4, ISSN 1406-6203 (WC · ACNP) sulla base della epigrafe CIL VI, 41023, che non menziona nessuna vittoria corrispondente.
  51. Cassio Dio 45,1,1: Ὀκτάουιος Καιπίας. In questo caso sono state cercate diverse interpretazioni come, ad esempio, un'inesatta traslitterazione di Copiae (il nome latino di Thurii) in greco. Ryan vede in questo caso un collegamento con il segno zodiacale di Augusto (Capricornus). Questo raro cognomen Caipias è stato trovato tra le altre cose, in un altare del I secolo a.C. nella cripta della chiesa dei francescani di Montefalco, così che la famiglia degli Ottavi potrebbe essere collegata all'Umbria.
  52. Con C. f. per Gaii filius ("figlio di Gaius"). cfr. anche la descrizione di Appiano come "Cesare figlio di Cesare" (De bellis civilibus 3,11,38). Cicerone, ad Atticum 14,12, riferisce che già prima dell'accettazione pubblica della sua adozione chiamava sé stesso Caesar, il che è confermato da Cassio Dione 45,3. Una forma intermedia Octavius Caesar si può trovare in Appiano (De bellis civilibus 4,8,31 segg.) per l'anno 43 a.C., ma non è considerata storicamente rilevante ed è vista in qualche modo come un falso.
  53. Per questo motivo Octavianus nella ricerca è stato posto prevalentemente tra parentesi: C. Iulius C. f. Caesar (Octavianus) (cfr. anche Syme: The Roman Revolution (1933), p. 307 segg. e 322 segg.; Hubert Cancik: Zum Gebrauch militärischer Titulaturen im römischen Herrscherkult und im Christentum. In: Heinrich von Stietencron: Der Name Gottes. Düsseldorf 1975, p. 112–130, qui: p. 113 segg.).
  54. Jo-Ann Shelton, As the Romans Did (Oxford University Press, 1998), 58.
  55. A volte: Gaius Iulius Divi Iuli(i) filius Caesar. Anche in questo caso è discutibile la tradizione di Cassio Dione 47,18,3, che Ronald Syme non segue, Imperator Caesar. A study in nomenclature, in: Historia 7, 1958, p. 172–188. Andreas Alföldi (Der Einmarsch Octavians in Rom, August 43 v. Chr., in Hermes 86, 1958, pp. 480–496) data le prime monete con DIVI IVLI•F• und DIVI•F• all'anno 43 a.C., dopo che Ottaviano ebbe il controllo della zecca capitolina. Questo punto di vista è sostenuto da Nicola Damasceno (FGrHist 18,55) e Appiano (De bellis civilibus 3,11,38), dove è chiarito che Ottaviano tendeva a sostenere la sua azione politica con una consacrazione religiosa.
  56. 1 2 3 cfr. Ronald Syme: Imperator Caesar. A study in nomenclature. In: Historia 7 (1958), pp. 172–188.
  57. Luciana Aigner Foresti, Antichità classica, Milano, Jaca Book, 1993, p. 215, ISBN 88-16-43908-4.
  58. Caesar nella titolatura imperiale, specialmente in quella del primo Augusto, evocava con cautela una dimensione personale, storica, senza porre troppo l'accento sulla posizione sociale e politica. Augustus (come il titolo di pater patriae) si avvicina al mito fondatore di Roma (v. Quirino e Romolo).
  59. In questo caso si intende il dittatore Giulio Cesare, divinizzato (Divus Iulius). La titolatura (la componente del nome) Divi filius ("figlio del Dio") fu usata da tutti gli imperatori che erano figli di un divus, così per esempio Tiberio come Divi Augusti filius e Tito come Divi Vespasiani filius.
  60. La cifra allegata XXI indica le vittorie, che Augusto stesso o i suoi legati hanno ottenuto sotto il suo comando. Imperator è in questo caso non il titolo di un ufficio, ma un vero praenomen, come a dire un "Nome del potere" (Syme e Béranger, in: Cancik 1975). La prima "acclamazione imperatoria" di Ottaviano ebbe luogo nel 43 a.C. dopo la sua vittoria su Antonio preso Mutina.
  61. Singoli templi e altari erano presenti in Italia e nelle Province per un culto di Augusto come Dio durante la sua vita, oltre al culto del Genius Augusti, non come Divus Augustus, ma come Divi filius, oppure come Divus Iulius (Ittai Gradel: Emperor Worship and Roman Religion. Oxford 2002).
  62. Svetonio, Augustus, 79.
  63. Svetonio, Augustus, 1.
  64. 1 2 Svetonio Augusto 2.
  65. Thomas Robert Shannon Broughton (1952) The magistrates of the Roman republic Vol.2 New York: American Philological Association; dove Broughton cita come fonte ILS 47.
  66. Svetonio, Augustus, 2-3 e 98.
  67. 1 2 3 4 5 6 7 Wells 1995.
  68. 1 2 3 Svetonio, Augustus, 8.
  69. 1 2 3 Svetonio, Augustus, 94.
  70. Cassio Dione, XLIII, 51.7.
  71. Plutarco, Cesare, 68; Svetonio, Caesar, 83.
  72. Rowell 1962,  p.25
  73. Goldsworthy 2014 p.85-86
  74. Appiano guerre civili III p.94
  75. Bringmann 2002p.283-285
  76. Goldsworthy 2014 p.98-100
  77. Cicerone, Philippicae, XIII; da una lettera di Antonio a Irzio, inviata in copia a Cicerone e letta da questi pubblicamente in Senato.
  78. Goldsworthy 2014 p.103 per i 3000 veterani e 101 per i 500 denari ed il rapporto con la paga
  79. Galinsky p.25
  80. Bradley 2017, p.1(174), 11(184)
  81. Bringmann 2002, p.285-286; Goldsworthy 2014, p.101, 111; Rowell 1962, p.21; Galinsky, p.28
  82. Bringmann 2002 p.286-287
  83. Cicerone, Ad Atticum, XV, 12, 2
  84. Canfora 2007, pp. 72-73.
  85. Tacito, Annales, I, 10
  86. 1 2 3 4 5 6 7 Svetonio, Augustus, 10.
  87. Galinsky p.28, Rowell 1962 p.23, Goldsworthy 2014 p.105-109.
  88. Galinsky p.27-28, Goldsworthy 2014 p.104-105.
  89. Bringmann 2002 p.287 Goldsworthy 2014 p.104-105.
  90. 1 2 Fishwick 2004, p.250
  91. Rowell 1962, p.24
  92. Bringmann 2002 p.289-291, Goldsworthy 2014 p.114-116, Galinsky p.29-30.
  93. 1 2 3 Svetonio, Augustus, 11.
  94. Cicerone, Ad familiares, X, 30
  95. Cicerone, Philippicae, XIV, 26)
  96. Appiano, Guerre civili, III, 71
  97. 1 2 Rowell 1962, p.27
  98. 1 2 Svetonio, Augustus, 12.
  99. 1 2 Bringmann p.292, Goldsworthy 2014 p.122-123
  100. Rowell 1962 p.28,Bringmann 2002 p.292, Goldsworthy 2014 p.124, Galinsky p.30-31
  101. Bringmann 2002, p.292-293, Goldsworthy, p.124-125, Appiano, Bello Civili III 95
  102. Goldsworthy, p.125
  103. Goldsworthy 2014 p.124, Appiano guerre civili III 95
  104. Goldsworthy 2014 p.125, Bringmann 2002 p.292
  105. 1 2 3 Svetonio, Augustus, 13.
  106. Goldsworthy 2014, p.125, 129, 502, Bringmann 2002, p.296
  107. Goldsworthy 2014, p.134-135, Bringmann 2002, p.295-296
  108. Goldsworthy 2014, p.126-127
  109. {Cita|Livio|120.4}
  110. Appiano, Bella Civili IV 5
  111. Mario Attilio Levi, Augusto e il suo tempo, Milano, 1994, p. 143 e s.
  112. Velleio Patercolo, II, 70.
  113. 1 2 Svetonio, Augustus, 14.
  114. 1 2 3 4 Svetonio, Augustus, 17.
  115. François Chamoux, Marco Antonio: ultimo principe dell'oriente greco, Milano, Rizzoli, 1988, p. 254 e s. ISBN 88-18-18012-6
  116. 1 2 Svetonio, Augustus, 18.
  117. Mazzarino 1973, pp. 66-67.
  118. Giovanni Geraci, Genesi della provincia romana d'Egitto, Bologna, Clueb, 1982; Tim Cornell e John Matthews, Atlante del Mondo Romano, Novara, De Agostini, 1984, pp. 72-73; Scullard 1983, vol. II, p. 257 (nella sola Italia furono fondate 28 nuove colonie).
  119. Mazzarino 1973, p. 68 e s.; Syme 1962, pp. 313-458
  120. Svetonio, Augustus, 53.
  121. Tacito, III, 56.
  122. Cassio Dione, LIV, 10, 5; Tacito, XII, 41, 1.
  123. 1 2 Svetonio, Augustus, 71.
  124. Svetonio (Augustus, 7) racconta che:
    «Alcuni volevano, quasi fosse anche lui il fondatore della città, che fosse chiamato Romolo; alla fine venne scelto il nome di Augusto, per novità e importanza. Il termine deriva da auctus come pure da avium gestus o gustus applicandosi ai luoghi sacri della tradizione religiosa nei quali si compivano sacrifici dopo aver preso gli auspici, come riferiscono i versi di Ennio: "Dopo che l'illustre Roma venne fondata sotto augusti auspici
  125. CAH, p. 50 e s.
  126. Cassio Dione, LIII, 32, 5-6; Syme 1993, p. 107 e s.
  127. Mazzarino 1973, p. 78; Scullard 1983, vol. II, p. 264; CAH, p. 30.
  128. Ruffolo 2004, p. 75.
  129. 1 2 3 Svetonio, Augustus, 37.
  130. Syme 1993, pp. 104-105; Anna Maria Liberati e Francesco Silverio, Organizzazione militare: esercito (Vita e costumi dei Romani antichi, vol. 5), Roma, Quasar, 1988; Ronald Syme (1933). Some notes on the legions under Augustus. Journal of Roman Studies 23: pp. 21-25; Svetonio, Augustus, 20.
  131. 1 2 3 4 5 6 7 8 Nardi 2009, pp. 92-112.
  132. André Piganiol, Histoire de Rome, Paris, Presses Universitaires de France, 1939, p. 225; Paul Petit, Histoire générale de l'Empire romain, Paris, Éditions du Seuil, 1974, p. 32.
  133. Aurelio Vittore, De Caesaribus, I, 1.
  134. 1 2 3 Maxfield 1989, pp. 159-163.
  135. Cassio Dione, LIV, 28.2.
  136. Velleio Patercolo, II, 39, 3. Cassio Dione, LIV, 31, 3. András Mócsy, Pannonia and Upper Moesia, p. 25; Ronald Syme (1971). Augustus and the South Slav Lands. Danubian Papers, p. 21; Lentulus and the Origin of Moesia, p. 44.
  137. Maxfield 1989, pp. 191-192.
  138. Strabone, IV, 3, 4 (Gallia).
  139. Con riferimento all'episodio del 17 a.C. confronta: Floro, II, 30, 23-25; Cassio Dione, LIV, 20; Velleio Patercolo, II, 97; Svetonio, Augustus, 23; Tacito, I, 10.
  140. 1 2 3 Kennedy 1989, pp. 304-309.
  141. Cassio Dione, LIII, 25; LIV, 24.
  142. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche XV, 10.
  143. Daniels 1989, p. 247.
  144. Daniels 1989, pp. 247-250.
  145. Daniels 1989, pp. 262-264.
  146. 1 2 Svetonio, Augustus, 48.
  147. Svetonio, Augustus, 60.
  148. Cassio Dione, LIII,27,5; Syme 1993, p. 64. Per gli onori concessi a Marcello vedi: Cassio Dione, LIII, 28, 3-4; Syme 1962, pp. 342-343.
  149. Cassio Dione, LIV, 8, 5.
  150. Cassio Dione, LIV, 18, 1; Syme 1993, pp. 129-130.
  151. Cassio Dione, LIV, 33, 5; 34, 3.
  152. Cassio Dione, LIV, 28.2-3.
  153. La "Domus" di Augusto nell'iscrizione di Pavia, su emeroteca.braidense.it.
  154. Cassio Dione, LIV, 31.1-2.
  155. Svetonio, Augustus, 65; Cassio Dione, LV, 10, 12-16.
  156. Svetonio, Augustus, 65, 1; Tiberius, 15, 2; Cassio Dione, LV, 10a, 6-10; Velleio Patercolo, II, 102, 3-4; Syme 1993, pp. 145-146. Tiberio tornò dall'esilio poco prima della morte di Lucio, nel 2; vedi Svetonio, Tiberius, 14, 1; 15, 1; 70,2; Cassio Dione, LV, 10a,10; Velleio Patercolo, II, 103,1-3.
  157. Svetonio, Augustus, 65, 1; Tiberius, 15, 2; Velleio Patercolo, II, 102,3-103,2; Syme 1993, p. 146.
  158. Syme 1993, p. 146.
  159. 1 2 3 Svetonio, Augustus, 97.
  160. Svetonio, Augustus, 98.
  161. 1 2 3 Svetonio, Augustus, 99.
  162. 1 2 Svetonio, Augustus, 100.
  163. 1 2 3 4 5 6 7 8 Svetonio, Augustus, 101.
  164. Svetonio, Augustus, 40.
  165. Svetonio, Augustus, 35.
  166. Svetonio, Augustus, 41.
  167. 1 2 3 4 5 6 7 8 Svetonio, Augustus, 32.
  168. Svetonio, Augustus, 93.
  169. 1 2 Svetonio, Augustus, 33.
  170. Svetonio, Augustus, 56.
  171. 1 2 Svetonio, Augustus, 34.
  172. Tacito Annali III 25
  173. Svetonio, Augustus, 36.
  174. 1 2 3 4 Svetonio, Augustus, 49.
  175. Mazzarino 1973, p. 91 e s.; CAH, p. 66 e s.
  176. Ruffolo 2004, p. 74.
  177. Yann Le Bohec, L'esercito romano, Roma, Carocci, 1992, p. 33 e s.
  178. 1 2 Svetonio, Augustus, 47.
  179. CAH, p. 74 e s.
  180. Sull'identificazione delle 28 colonie augustee d'Italia, cfr. M. Lilli, L'Italia romana delle regiones, 2004.
  181. 1 2 3 4 Svetonio, Augustus, 29.
  182. CAH, p. 77 e s.; Le Bohec, op. cit., p. 28.
  183. 1 2 Svetonio, Augustus, 89.
  184. 1 2 Perelli 1969, p. 178.
  185. Perelli 1969, p. 176.
  186. 1 2 Perelli 1969, p. 177.
  187. Gaio Cilnio Mecenate apparteneva all'ordine equestre. Era un uomo di raffinata cultura che ebbe rapporti di vera amicizia con i letterati del suo "circolo". Dava loro aiuti materiali, proteggeva, lasciando loro una certa libertà di ispirazione, pur indirizzandoli verso quei principi che costituivano la base della propaganda augustea.
  188. Perelli 1969, p. 214.
  189. Tibullo, Corpus Tibullianum, I, 7; Panegirico di Messalla, III, 7.
  190. Perelli 1969, p. 181.
  191. Marco Valerio Marziale ne attesta uno in Epigrammaton libri, XI, 20, vv. 3-8.
  192. Svetonio, Augustus, 84.
  193. Ruffolo 2004, pp. 24-25.
  194. 1 2 Svetonio, Augustus, 72.
Fonti antiche
Fonti storiografiche moderne

Altri progetti

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Collegamenti esterni

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Predecessore Imperatore romano Successore
- 27 a.C. - 14 Tiberio

Predecessore Triumviro con potestà consolare per il riordino della Repubblica Successore
- 43 a.C. - 38 a.C. Gaio Giulio Cesare Ottaviano I
con Marco Antonio e Marco Emilio Lepido con Marco Antonio e Marco Emilio Lepido
Gaio Giulio Cesare Ottaviano 38 a.C. - 33 a.C. - II
con Marco Antonio e Marco Emilio Lepido con Marco Antonio e Marco Emilio Lepido

Predecessore Console romano Successore
Gaio Vibio Pansa 43 a.C. Marco Emilio Lepido II I
con Aulo Irzio con Publio Ventidio Basso con Lucio Munazio Planco
Marco Antonio II 33 a.C. Gneo Domizio Enobarbo II
con Lucio Scribonio Libone con Lucio Volcacio Tullo con Gaio Sosio
Gneo Domizio Enobarbo 31 a.C. Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare III
con Gaio Sosio con Marco Valerio Messalla Corvino con Marco Licinio Crasso
Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare 30 a.C. Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare IV
con Marco Valerio Messalla Corvino con Marco Licinio Crasso con Sesto Appuleio
Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare 29 a.C. Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare V
con Marco Licinio Crasso con Sesto Appuleio con Marco Vipsanio Agrippa II
Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare 28 a.C. Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare VI
con Sesto Appuleio con Marco Vipsanio Agrippa II con Marco Vipsanio Agrippa III
Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare 27 a.C. Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare VII
con Marco Vipsanio Agrippa II con Marco Vipsanio Agrippa III con Tito Statilio Tauro
Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare 26 a.C. Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare VIII
con Marco Vipsanio Agrippa III con Tito Statilio Tauro con Marco Giunio Silano
Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare 25 a.C. Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare IX
con Tito Statilio Tauro con Marco Giunio Silano con Gaio Norbano Flacco
Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare 24 a.C. Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare X
con Marco Giunio Silano con Gaio Norbano Flacco con Aulo Terenzio Varrone Murena
Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano figlio del Divino Cesare 23 a.C. Marco Claudio Marcello Esernino XI
con Gaio Norbano Flacco con Aulo Terenzio Varrone Murena con Lucio Arrunzio
Decimo Lelio Balbo 5 a.C. Gaio Calvisio Sabino XII
con Gaio Antistio Vetere con Lucio Cornelio Silla con Lucio Passieno Rufo
Lucio Cornelio Lentulo 2 a.C. Cosso Cornelio Lentulo XIII
con Marco Valerio Messalla Messallino con Marco Plauzio Silvano con Lucio Calpurnio Pisone

Predecessore Pontefice massimo Successore
Marco Emilio Lepido 12 a.C. - 14 Tiberio Giulio Cesare Augusto
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