Codice Chimalpopoca
Il Códice Chimalpopoca è un manoscritto del Messico centrale risalente al periodo coloniale. Redatto in lingua nahuatl con l'alfabeto latino, conserva alcune delle più importanti testimonianze locali sulla storia, la mitologia e la cosmologia azteca. Contrassegnato con il numero 159 nel catalogo della Collezione Antica del Museo Nazionale di Antropologia e Storia di Città del Messico, nella sua versione originale sembra sia andato perduto nel 1946; malgrado nel 1965 Angel María Garibay ne abbia segnalato la presenza del Codice nella Biblioteca del Liceo Nazionale d'Antropologia e Storia, la sua collocazione attuale è incerta. Per lo studio del codice è pertanto attualmente necessario consultare facsimili o riproduzioni di carattere fotografico. Il codice si compone di tre parti, due delle quali particolarmente importanti: gli Anali di Cuauhtitlán Annali di Cuauhtitlán relativi alla storia preispanica del centro del Messico, e la Leyenda de los soles, Leggenda dei soli per lo studio della cosmogonia mexica.
Aspetto materiale
[modifica | modifica wikitesto]Tra il 1909 e il 1925 l'etnologo tedesco Walter Lehmann ebbe l'opportunità di esaminare il codice, quando ancora si trovava presso il Museo Nazionale di Città del Messico. Secondo la sua descrizione, il codice misura 22 cm d'altezza per 15 cm di larghezza, ed è scritto su carta sottile e giallo con i bordi rovinati dall'uso.
Nome
[modifica | modifica wikitesto]Sulla copertina del codice è presente una nota datata 1849, nella quale si spiega che il nome gli fu attribuito da Charles Étienne Brasseur de Bourbourg in onore di Faustino Galicia Chimalpopoca, accademico messicano del XIX secolo.
Storia
[modifica | modifica wikitesto]L'origine del codice è sconosciuta, ed è probabile sia la copia di un'opera più antica. Le tre parti delle copie del manoscritto sono opera della stessa mano. La copertina e controcopertina del manoscritto riportano la genealogia del cronista messicano Fernando d'Alva Ixtlilxóchitl. Per questa ragione, malgrado lo stesso Ixtlilxóchitl non ne abbia mai fatto menzione in alcuna nelle sue opere, è molto probabile che lui ne sia stato il copista. Verso la metà del XVIII secolo, il noto collezionista Lorenzo Boturini Bernaducci descrisse nella sua opera Idea de una nueva historia de la América Septentrional un manoscritto che presenta una forte somiglianza con il Codice Chimalpopoca, specificando che era stato copiato da Fernando de Alva Ixtlilxóchitl. Verso la fine di quello stesso secolo, l'erudito messicano Antonio de León y Gama fece una copia del manoscritto, che è conservata nella Biblioteca Nazionale di Francia. Sulla base del Codice, León y Gama redasse il suo saggio Descripción histórica y cronológica de las dos piedras que con ocasión del nuevo empedrado que se está formando en la plaza principal de México, se hallaron en ella el año de 1790; a quanto pare, anche Francisco Saverio Cavigero ebbe accesso a questo codice vent’anni prima. Dopo la scomparsa del manoscritto originale, la migliore fonte per il suo studio è il facsimile fotografico dell’originale realizzato da Primo Feliciano Velázquez nel 1945.
Contenuto
[modifica | modifica wikitesto]Il codice Chimalpopoca fu redatto nel Messico centrale nel periodo immediatamente successivo ala conquista spagnola, probabilmente nella Valle del Messico, da scriventi formati nella tradizione alfabetica coloniale. Esprime l’incontro tra la memoria indigena e la scrittura coloniale, rappresentando una delle più antiche testimonianze scritte della cosmologia mexica e della storiografia annalistica. Si compone di tre parti non correlate l'una con l'altra. La prima parte, chiamata Anali di Cuauhtitlán, occupa le pagine da 1 a 68 del codice ed è un'opera scritta in lingua náhuatl che prende il suo nome dell'antica città di Cuauhtitlán; il suo contenuto è principalmente storico, per quanto contenga anche una breve versione della leggenda dei soli. La seconda parte, chiamata Breve relación de los dioses y ritos de la gentilidad, occupa le pagine da 69 a 74, ed è una breve relazione scritta in lingua spagnola tra la fine del XVI secolo e l'inizio del XVII per mano del clerico indigeno Pedro Ponce de Leon, la quale parte fu esclusa della copia di Primo Feliciano Velázquez. La terza parte, chiamata Leyenda de los soles, occupa le pagine da 75 a 84, ed è un altro lavoro scritto in lingua náhuatl; il suo contenuto è quello che si cita più di frequente per riferirsi a questa leggenda, e il nome della sezione si deve a Francisco del Paso y Troncoso nel 1903.[1]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Bierhorst, 1992, p. 10-11 note 20 e 23
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) John Bierhorst, History and Mythology of the Aztecs: The Codex Chimalpopoca, The University of Arizona Press, 1992, ISBN 978-0-8165-1886-9.
- (FR) Michel Graulich, Mythes et rituels du Mexique ancien préhispanique, Académie royale de Belgique, 1987, ISBN 978-280-310-170-2.